Viterbo – Era il 5 gennaio del 1934. L’imprenditore viterbese Antonio Barelli inoltra una richiesta al Podestà del Comune di Viterbo “…affinché voglia concedere il permesso per attivare una piccola fabbrica di mattonelle in Viterbo Piazza del Collegio nei locali sotterranei del Seminario Vescovile.
Il sottoscritto – recita la lettera – ha provveduto per l’istallazione di macchine moderne, perfette e silenziose azionate da forza motrice elettrica e sono: 2 presse idrauliche con accumulatore, 1 pompa, 2 levigatrici e lucidatrici, 2 mescolatrici. In attesa di regolare autorizzazione porgo i più distinti ossequi”.
Fu l’inizio di un lungo contenzioso tra la fabbrica di mattonelle di Antonio Barelli e il Comune di Viterbo. Il 12 gennaio 1934, infatti, il Podestà risponde negativamente alla richiesta della ditta di Antonio Barelli.
“Sono spiacente – scrive – dover significare che non mi è possibile concederle il permesso di far funzionare la fabbrica di mattonelle in Piazza del Collegio in quanto ai sensi del regolamento di polizia urbana è assolutamente vietato l’esercizio di stabilimenti in prossimità di pubblici uffici. Comunque rilevo che cotesta Ditta avrebbe dovuto chiedere l’autorizzazione prima di eseguire l’impianto dei macchinari. Avverto per opportuna norma che se i macchinari saranno posti in azione sarò costretto di ordinare la rimozione”.
Ad un certo punto le cose s’intrigano e interviene anche l’Intendenza di Finanza che, con lettera del 22 gennaio 1934, non si dichiara contraria all’installazione “di un piccolo laboratorio per la fabbricazione di mattonelle” a patto che “non sia arrecato alcun disturbo al lavoro di questi uffici nonché alla famiglia del titolare dell’Intendenza di Finanza che da un momento all’altro potrà occupare l’alloggio sito nello stesso fabbricato dell’amministrazione provinciale”.
Ma i vigili urbani viterbesi non sentono ragioni. La guardia Raffaele Calcagnini, imperterrita, il 23 ottobre 1934 eleva una bella contravvenzione a Barelli Antonio fu Giacomo perché il “suddetto apriva una fabbrica di mattonelle di cemento con macchinario elettrico in Piazza del Collegio ove in prossimità vi sono gli uffici di Pubblica Sicurezza e quelli dell’Intendenza di Finanza senza autorizzazione da parte dell’Amministrazione Comunale. Il Barelli aveva presentata domanda ma era stata respinta dall’Amministrazione Comunale in ottemperanza all’articolo n. 62 al Regolamento di Polizia Urbana”.
Ma le cose, a questo mondo si sa, non sono mai semplici. La Regia Questura di Viterbo, con lettera del 7 novembre 1934, a firma del questore Vincenzo Ceniti, dichiara che la fabbrica di mattonelle di Antonio Barelli, sita nei locali a piano terreno dello stabile, “non disturba affatto questo ufficio ne può essere causa di danneggiamento al fabbricato”.
Ma l’Amministrazione Comunale di Viterbo va avanti senza sentire ragioni. Il 15 novembre 1934 il Podestà di Viterbo scrive una lettera perentoria alla ditta Antonio Barelli del seguente tenore: “… L’art. 62 del vigente Regolamento di Polizia Urbana vieta categoricamente l’esercizio di stabilimenti rumorosi in prossimità di pubblici uffici e non ammette deroghe. Pertanto la invito a trasferire altrove, ed al più presto la fabbrica di cui trattasi avvertendo che altrimenti sarò costretto a provvedere con mezzi coattivi”.
La ditta Angelo Barelli il 20 novembre 1934 risponde al Podestà affermando che: ”… la fabbrica di mattonelle già impiantata da tempo nei locali di Piazza del Collegio in Viterbo non è rumorosa ne molesta. Gli impianti delle macchine sono stati eseguiti secondo i dettami della tecnica moderna atti ad eliminare ogni attrito e conseguentemente ogni rumore. La lavorazione delle mattonelle non arreca altro disturbo di sorta tantochè sia l’Intendenza di Finanza che la Regia Questura ebbero a rilasciare opportune dichiarazioni in mani a codesto Comune dalle quali risulta che la lavorazione non arreca molestia alcuna. Tutti gli altri vicini possono ciò attestare”.
Ad un certo punto interviene anche il Regio Ispettorato ai Monumenti Gallerie e Scavi di Viterbo che, il 12 dicembre 1934, scrive al Soprintendente ai Monumenti del Lazio lamentandosi dei danneggiamenti all’edificio che ospitava la fabbrica di mattonelle.
“Da qualche tempo – scrive l’ispettore – la Curia ha concesso in affitto al sig. Antonio Barelli la ex chiesa di Santa Croce dei Mercanti che sorge in Piazza del Collegio. La chiesa, che in verità all’interno non presenta più alcun pregio d’arte, è stata adibita a fabbrica di mattonelle in cemento e il trasporto, però, dei materiali attraverso il portale, che costituisce una delle migliori cose nostre del secolo XIV, è causa continua di danneggiamenti al portale medesimo. In considerazione di quanto sopra e preoccupandomi della migliore conservazione della chiesa, alla cui costruzione è fra l’altro legato il nome di quel Messer Angelo Tavernini che fu Tesoriere del Patrimonio, prego la S.V. Ill.ma di intervenire presso il Podestà di Viterbo e presso S.E. il Vescovo affinchè lo stabile sia destiato ad altro uso. Con distinti ossequi il Regio Ispettore”.
Non poteva mancare, nella querelle” tra il Comune e la fabbrica, l’Economo del Seminario Vescovile. Quest’ultimo, il 10 gennaio 1935, in una lettera indirizzata al Podestà, scrive, tra l’altro, che nei “locali prospicenti in Via Saffi, Vicolo della Madonnella, e il cortile interno della Regia Questura.
Dal giorno dell’affitto ad oggi numerosi inconvenienti sono venuti a disturbare l’abitato circostante e, non ultimo, il fatto che spessissimo la Ditta lavora durante la notte o per lo meno inizia i lavori nelle ore piccole con grave incomodo di chi abita sopra la fabbrica come il sottoscritto. Molte volte è stato avvertito il Barelli per l’inconveniente in proposito ma sempre inutilmente. Questa mattina medesima è stata elevata contro di lui una contravvenzione per disturbo notturno ma, affinchè non si ripeta tale doloroso inconveniente, prego la S.V. Ill.ma perchè prenda in proposito quelle deliberazioni necessarie per evitare tale sconcio. La prego anche di tenere presente che la pulizia non è affatto osservata e il riposo festivo tantomeno. Sicuro di un provvedimento La ringrazio distintamente. Dev.mo Giacomo Costantini – Economo Seminario Vescovile”.
Alla fine, il 24 gennaio 1935, il Comune di Viterbo vince e ordina alla ditta Antonio Barelli di “trasferire altrove la fabbrica di mattonelle sita in Piazza del Collegio”.
Antonio Barelli cerca di resistere e non esegue subito l’ordinanza del Comune di Viterbo. Ovviamente continuano le lamentele dei vicini perchè “Il lavoro e il movimento delle macchine che male volentieri, con sacrificio, si sopporta di giorno, non si può sopportare tutte le notti intere, avendo chi abita nei soprastanti locali il diritto di riposare e non di vegliare per suo comodo”.
Barelli non regge la botta, cede, e il 29 luglio 1935 informa il Comune di Viterbo che quanto prima inizierà lo sgombero.
La conferma dell’avvenuto trasferimento della fabbrica avverrà un anno dopo. Il 25 maggio 1936, infatti, Barelli scrive al Podestà una lettera del seguente tenore: “La sottoscritta ditta fa noto alla S.V. Ill.ma di aver fatto il trasferimento della fabbrica di mattonelle di cemento da Piazza del Collegio a Via San Biele fuori Porta Romana sempre in Viterbo fa domanda acciò voglia concedere il nulla osta per l’attivazione di questa”.
Ora tutto è diventato più semplice. Botta e risposta positiva. Il giorno 2 giugno 1936 il podestà concede il nulla osta per il trasferimento della fabbrica di mattonelle di cemento “da Piazza del Collegio alla Contrada S. Biele e precisamente nell’interno della proprietà Aquilani”.
Una bella storia, finita bene, che testimonia come a Viterbo, nel passato prossimo, ci sia stata una certa effervescenza imprenditoriale che oggi non c’è più. Imprenditori che, però, non rispettavano i monumenti, non rispettavano la quiete dei vicini di casa, non rispettavano gli orari di lavoro dei propri dipendenti.In una mappa, disegnata dal geometra Pietro Costa il 29 settembre 1929 e conservata presso l’Archivio di Stato di Viterbo, nella Valle di Faul, oggi sconvolta dalle ruspe e dal cemento senza rispetto per il passato, insieme al mattatoio, al laboratorio di facocchio e alla segheria (che era anche fabbrica di fiammiferi) è evidenziato un’edificio, che oggi non c’è più, con su scritto “Barelli”. Chissà che la fabbrica di mattonelle, originariamente, non sia stata anche lì?
Gran parte degli affascinanti documenti che ho citato sono conservati nell’Archivio del Comune di Viterbo e sconosciuti ai più. Perchè non valorizzarli con degli studi mirati?
Silvio Cappelli








