- Viterbo News – Viterbo Notizie – Tusciaweb – Tuscia News – Newspaper online Viterbo – Quotidiano on line – Italia Notizie – Roma Notizie – Milano Notizie – Tuscia web - https://www.tusciaweb.eu -

“Se dici di averlo visto il 30 maggio, Paolo è salvo…”

Condividi la notizia:

L'avvocato Mario Rosati

L’avvocato Mario Rosati

Paolo Esposito

Paolo Esposito

Enrico Esposito e Maria Lorenzini

Enrico Esposito e Maria Lorenzini

Viterbo – (f.b.) – “Se dici di averlo visto il 30 maggio, Paolo è salvo…”

E’ questa una delle frasi “incriminate” che sarebbe stata ripetuta più volte dall’avvocato Mario Rosati a Francesco Righi, uno dei testimoni del processo Gradoli. Una sorta di precisazione, che ha fatto finire il legale sotto accusa per favoreggiamento.

Ieri, di fronte al giudice Rita Cialoni, Rosati è tornato in aula per il processo che lo vede imputato insieme a Paolo Esposito e ai suoi genitori: Enrico Esposito e Maria Lorenzini. Minacce, resistenza a pubblico ufficiale e favoreggiamento personale i reati contestati al legale. I primi due in concorso con gli Esposito.

Il caso nasce dagli sviluppi del processo ai due amanti-cognati Paolo Esposito e Ala Ceoban. La sentenza definitiva della Cassazione ha condannato Esposito all’ergastolo e Ala Ceoban a otto anni per favoreggiamento per il duplice omicidio di Tatiana Ceoban, convivente di Esposito, e di Elena Ceoban, figlia 13enne della donna nata da una precedente relazione.

Il pm Franco Pacifici, in seguito al processo di primo grado, aprì un’inchiesta che riguarda uno dei testimoni: il fioraio Francesco Righi. Stando alle indagini, Rosati avrebbe cercato di volgere la sua deposizione in favore di Esposito. Da qui, l’accusa di favoreggiamento.

“Era l’estate del 2009 – ha detto ieri Righi al giudice Cialoni – e io ero stato ascoltato dai carabinieri su alcuni particolari che potessero aiutarli a ricostruire la vicenda delle due donne scomparse da Gradoli, Tatiana ed Elena Ceoban. Visto che erano usciti anche alcuni articoli di giornale su questa storia, nei quali venivo citato anche io, quando ho visto l’avvocato Rosati l’ho chiamato per parlarci e per chiedergli cosa c’entrassi io in tutto questo”.

Ed è proprio in quel colloquio, secondo le ricostruzioni dell’accusa, che si sarebbe consumato il favoreggiamento.

“Ho detto a Rosati che i carabinieri mi avevano chiesto quando avevo visto Paolo Esposito. Io non ricordavo con esattezza il giorno e avevo detto ai militari che ci avrei riflettuto meglio e se mi fosse venuto in mente qualcosa sarei tornato. L’avvocato Rosati allora mi disse: Se dici di averlo visto il 30 maggio, lui è salvo”. 

Non un ordine, dunque, ma una specie di precisazione.

“Non mi ha detto cosa dovevo dire – continua Righi – però quella frase me l’ha ripetuta diverse volte. Credo almeno cinque volte in un colloquio di mezz’ora. Non aveva un tono minaccioso, ma sicuramente insistente”.

Mario Rosati, difeso in aula dal suo collega Enrico Valentini, insieme al quale si occupò del caso di Paolo Esposito, si è sempre dichiarato innocente.

“E’ stato Righi a cercarmi per parlare – ha ribadito anche ieri a margine dell’udienza -. Se avessi voluto forzare qualche testimonianza sarei dovuto andarlo a cercare io e invece così non è stato. Nel modo più assoluto”.

Oltre al favoreggiamento, per il pm Pacifici, ci sono anche i reati di resistenza e minacce. Queste ultime si riferiscono ai colloqui con le assistenti sociali che si occupavano della figlia di Esposito e Tatiana. Momenti nei quali sarebbero volate frasi pesanti.

“Quando Paolo esce (dal carcere ndr), perché esce di sicuro, prende un fucile e spara a tutti”. Questo è quello che, secondo una geriatra della Asl di Viterbo, avrebbe detto l’avvocato Mario Rosati in uno di questi incontri.

“Io mi sono trovata per caso due volte in compagnia dei genitori di Paolo Esposito e di Rosati, perché ero insieme all’assistente sociale che si occupava della figlia dell’elettricista – ha raccontato la geriatra in tribunale -. L’avvocato in una di queste occasioni ha detto quella frase del fucile, perché stavano discutendo dell’affido della bambina e gli animi si erano un po’ accesi. Però non mi è parsa una minaccia, era più un modo di dire di uno che perde la pazienza…”


Condividi la notizia: