Viterbo – Claudia poteva salvarsi. O forse no.
Nessuna certezza sul destino della bimba vissuta solo due settimane, dopo il parto a Belcolle, l’anno scorso.
Al processo per omicidio colposo a due ginecologi di Belcolle, i periti del tribunale di Viterbo parlano di parto cesareo non tempestivo. Un dato granitico, che niente può scalfire.
Quel ritardo di almeno due ore nella diagnosi di sofferenza fetale è il punto focale della relazione, scritta a quattro mani dal medico legale Maria Rosaria Aromatario e dal primario di Ginecologia all’ospedale di Lecce, Giuseppe Fazzi.
Claudia viene alla luce all’alba del 21 maggio 2013. Al momento della nascita, ha un arresto cardiaco. La rianimazione le salva la vita, ma solo per diciassette giorni: il 6 giugno, muore all’ospedale Bambin Gesù di Roma.
Il 20 maggio, alle 23,15, i medici di Belcolle decidono per un cesareo, eseguito solo a mezzanotte e mezza passata. Tardi. Perché l’anestesista disponibile è uno ed è impegnato in un altro intervento. Ma non solo.
I ginecologi imputati cominciano il turno alle 20. Per l’accusa, è alle 21,20 che il feto dà chiari segni di sofferenza. I consulenti del pm Fabrizio Tucci rilevano un “inspiegabile atteggiamento temporeggiatore” dei medici alla sbarra. La decisione di fare il cesareo arriva dopo due ore. E con l’inconveniente dell’anestesista, ne passano tre. Perché? I periti non sanno rispondere. Né possono dire con precisione quando inizia la sofferenza fetale.
Un bel problema, in un processo dove l’ago della responsabilità pende proprio a seconda dei tempi. Se da un lato, infatti, è acclarato il ritardo di due ore nell’esecuzione del cesareo, dall’altro, i periti parlano di “cattiva gestione del parto fin dall’inizio, con i ginecologi imputati che ne sono il terminale”. A Claudia arriva meno ossigeno già a metà mattina. Ancora meno nel pomeriggio. Il suo piccolo cuore reagisce aumentando i battiti. Per il dottor Fazzi e la dottoressa Aromatario già dalle 18,40 è impossibile portare a termine un parto naturale. I ginecologi imputati non sono ancora in turno. E quando arrivano, trovano inevitabilmente un quadro peggiorato, rispetto alle prime ore di ricovero.
Agire prima, forse, poteva fare la differenza. Ma quanto prima? Per il consulente della ginecologa alla sbarra, Mauro Bacci, Claudia non si sarebbe salvata, intervenendo alle 21,20. Una considerazione che svela il cuore della linea difensiva: per il dottor Bacci, i ginecologi del turno precedente – non indagati – potevano già disporre un taglio cesareo con meno rischi per la piccola. Ma non l’hanno fatto.
I periti non dimenticano l”aggravante Belcolle’, parlando di “grossa carenza strutturale dell’ospedale”, con un solo anestesista disponibile. “Tutte cose che vanno considerate – ha concluso il dotto Fazzi -. Per prudenza, un medico deve sapere se non può fare un cesareo in tempi brevi per problemi dell’ospedale. I protocolli ci sono, ma vanno applicati alla realtà”.
Stefania Moretti
