Viterbo – Tutti assolti dall’accusa di riciclaggio. Resta in piedi solo l’ipotesi di associazione di stampo mafioso.
E’ con questa accusa che il tribunale di Reggio Calabria ha condannato 10 imputati su 17 al processo “El Dorado”. L’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia, partita da Reggio e arrivata a Viterbo, verteva sui flussi di denaro confluiti nelle aziende tra Graffignano, Vignanello e Canepina. Per gli inquirenti reggini, i soldi sporchi della ‘ndrangheta si lavavano anche nella Tuscia. Ma il colpo di scena è nella sentenza: secondo il gup Adriana Trapani, non c’è stato riciclaggio.
Per questo ha assolto Domenico Foti, Pietro Rodà, Concetto Manti, Domenico Vitale, Antonio Nucera (classe ’55), Domenico Nucera e Raffaele Nucera (classe ’63). Gli ultimi tre sono stati comunque condannati per associazione di stampo mafioso, rispettivamente a nove anni, sette anni e quattro mesi e sei anni. Pena più alta, sempre per lo stesso reato, a Giuseppe Nucera, condannato a 10 anni; sette anni e quattro mesi a Antonio Nucera (classe ’41); sei anni e otto mesi a Antonio Casili; sei anni a Diego, Francesco, Carmelo (classe ’50) e Raffaele Nucera (classe ’73).
Solo Roberto Raso, Girolamo Zindato e Carmelo Nucera (classe ’70) sono stati assolti dall’accusa di associazione di stampo mafioso. Bilancio: dieci condanne e sette assoluzioni. Lo zoccolo duro della cosca di Gallicianò assicurato alla giustizia e il quadro accusatorio del pm Antonio De Bernardo che regge: la sentenza conferma che nell’infinitesimale frazione di Condofuri, in provincia di Reggio, c’era una locale di ‘ndrangheta a conduzione familiare. Ma l’accusa di riciclaggio è crollata completamente, insieme al versante viterbese dell’inchiesta.
Dissequestrare le aziende viterbesi Nucera Trasporti e Vitercalabra e assolvere tutti dall’ipotesi di riciclaggio ha un significato preciso: per il tribunale di Reggio, quei soldi che secondo il procuratore aggiunto Gratteri partivano dalla Calabria su bidoni, avevano un’altra destinazione d’uso. Potrebbe, forse, trattarsi di usura. 600mila euro prestati a strozzo e restituiti a rate, come avrebbe ventilato in recente interrogatorio uno dei due fratelli canepinesi travolti dall’inchiesta. Il meno compromesso dei due: Augusto Corso. Su di lui, pende la sola accusa di riciclaggio. E il processo a suo carico potrebbe volgere al meglio dopo la sentenza di ieri. Del resto, la difesa stessa non ha mai fatto mistero della disastrosa situazione economica in cui versavano le aziende dei Corso.
Più a rischio, il fratello minore Alberto, tra gli accusati di associazione di stampo mafioso per le sue presunte ambizioni criminali. Intercettato con Domenico Nucera, stabilmente residente a Graffignano, Alberto Corso si informava su come intraprendere una rapida carriera nella cosca. Gli interessavano riti e ruoli. E Domenico, da bravo mentore, gli spiegava tutto, confidando ai suoi familiari il proposito di fare di Canepina “una Gioia Tauro 2” e suggerendo loro di “salire per sopra… che stiamo una bellezza qua”.
Il processo ai Corso non è ancora finito. Mentre il grosso degli indagati è stato giudicato con rito abbreviato, i fratelli di Canepina hanno scelto il processo ordinario. Per questo, la loro posizione, insieme a quella di Bruno Nucera e Tommaso Mesiano, è stata divisa dai 17 già giudicati e destinata a un procedimento a parte.
La loro strada è ancora lunga. Ma forse un po’ meno in salita dopo le assoluzioni di ieri dall’accusa di riciclaggio.
Stefania Moretti









