Viterbo – La povertà a Viterbo è un’emergenza, i casi d’indigenza aumentano in modo spropositato e i Servizi sociali lavorano con la metà degli assistenti, mentre anche il capoluogo potrebbe essere presto chiamato a fare la sua parte per l’accoglienza a immigrati e rifugiati politici.
Senza dimenticare un asilo nido a santa Barbara da aprire, anche se quello comunale già oggi funziona a ranghi ridotti, perché le assistenti non ci sono.
Quelle entrate con l’amministrazione Marini, oggi fanno altro. E l’asilo pubblico ospita solo 42 bimbi a fronte dei cento posti disponibili. Teoricamente. Non dev’essere un mestiere facile quello d’assessore comunale ai Servizi sociali in tempi di crisi. Fabrizio Fersini se n’è accorto da un pezzo. A cominciare dalla cronica carenza d’organico.
“Con le assistenti sociali stiamo lavorando al 50 per cento. Ne dovremmo avere tredici, ce ne sono sette, di cui un’organizzatrice”.
Come mai il numero è così ridotto?
“Esodi non reintegrati e altro. Così ci troviamo di fronte a un aumento spropositato dell’indigenza, cui riusciamo a dare risposte in urgenza. I servizi vanno reimpostati, anche per garantire il monitoraggio. Non basta erogarli, vanno anche controllati per capire se i fondi stanziati danno i giusti risultati”.
Viterbo è una città in cui il fenomeno povertà all’apparenza non sembra così preoccupante. Qual è la situazione reale?
“Basti solo dire che sulla povertà quest’anno abbiamo dovuto raddoppiare i fondi, con 180 mila euro in più rispetto al 2013. La somma con cui lo scorso anno siamo riusciti ad arrivare fino a luglio, quest’anno a marzo era già finita. E’ un fenomeno da tenere molto sotto controllo. Nell’ultimo anno e mezzo la situazione è precipitata. Famiglie con due redditi, un mutuo d’importo medio, uno o due figli, capita che un’azienda fallisca, uno dei due coniugi perde il lavoro e si va in povertà. Abbiamo dovuto stanziare quindicimila euro d’urgenza per i buoni spesa. Oggi il welfare sta cambiando e noi non siamo pronti fino in fondo. Non siamo supportati da leggi nazionali adeguate. Il reddito minimo garantito è una salvaguardia, ma non lo è più se non è supportato da uno strumento adeguato, con la possibilità di indire un appalto, magari a cooperative sociali, che svolgano servizi utili, in cui impiegare gente in disagio economico. L’indigente oggi non vuole l’aiuto spot, i cento o duecento euro ogni tanto. Chiede di lavorare, vuole salvaguardare la sua dignità”.
Cioè, non ci sono più i poveri di un tempo?
“I fenomeni sono diversi. L’indigente come lo intendevamo trent’anni fa non esiste più. Un tempo lo dovevi andare a cercare, oggi si presenta, ecco perché serve un welfare di prossimità. Chi si presenta lo devi aiutare, prendere al volo. Evitargli di finire indebitato, finire in giri come quello dell’usura. Welfare di prossimità vuol dire questo, dotarsi di servizi che intercettano prima il fenomeno, lo gestiscano e lo indirizzino”.
C’è un’emergenza che riguarda la famiglia, ma è stato chiuso l’ufficio famiglia. Come mai?
“Non è stato chiuso. Lo abbiamo trasferito da via IV Novembre. Pagavamo più di ottomila euro d’affitto l’anno, è stato portato nella sede dell’assessorato in un’ottica di razionalizzazione della spesa. L’ufficio provvedeva anche a distribuire i buoni pasto per la mensa, che ora si possono ritirare pure all’ufficio Istruzione in via Garbini, in una zona facilmente raggiungibile dai cittadini”.
L’ufficio gestisce anche progetti per i rifugiati politici. Sul fronte accoglienza la situazione a Viterbo com’è?
“Con l’ufficio gestiamo venti progetti Sprar per rifugiati politici, con un cofinanziamento. L’80 per cento arriva dal ministero dell’Interno e il restante, è in partecipazione in servizi che diamo noi con l’Arci. Ho partecipato a diverse riunioni in regione. Sul tema rifugiati politici, immigrazione, sbarchi, ritengo che a breve avremo qualche chiamata. E’ già successo a Montefiascone. Noi finora dalle prefetture siamo stati solo sfiorati, prima o poi potremmo essere chiamati a un impegno maggiore. Su Roma il tema è abbastanza d’attualità”.
Tempo fa è stato sollevato il problema dell’asilo nido comunale a santa Barbara che non apre. La situazione com’è?
“Occorre pensare a come utilizzare la struttura. La precedente amministrazione ha realizzato la struttura nel quartiere. Dobbiamo considerare che esiste un asilo nido pubblico che ospita quarantadue bambini su una capienza di cento, ha il terzo piano non agibile per problemi di barriere architettoniche e costi da sostenere per la ristrutturazione. Ricordo poi che a santa Barbara esistono strutture simili gestite da privati. Serve capire come muoversi senza fare male a nessuno, trovando la soluzione migliore. Abbiamo ereditato una situazione disomogenea sul territorio. Un asilo nido pubblico la doveva fare da padrona, ma di fatto non è così. E’ gestito con dodici assistenti. Quelle che all’epoca furono inserite durante l’amministrazione Marini, non hanno più potuto lavorare per ragioni mediche in quel settore. Perciò ci ritroviamo con un asilo nido pubblico che in quelle condizioni non opera nel modo ideale, anche sul fronte dei costi”.
Quindi per la struttura ancora chiusa che prospettive ci sono? Affidamento?
“L’affidamento oppure lì si potrebbe trasferire quello pubblico, le opzioni sono diverse. Valuteremo, per sbloccare a breve la situazione, Dal prossimo anno dovrà essere funzionante”.
I Servizi sociali si occupano anche di politiche per la famiglia. Tema molto dibattuto e pericoloso, quando si tenta di dare una definizione del termine famiglia.
“Le politiche familiari sono da distinguere da quelle sociali. Due settori distinti. Occorre fare tutto il necessario per sostenere i nuclei familiare. Ma io non voglio entrare nella dinamica della definizione di famiglia, coppia di fatto e via dicendo. Non m’interessa. Per me famiglia è anche il singolo individuo, magari rimasto da solo, vedovo. Ci dobbiamo preoccupare d’andare avanti e non rimanere prigionieri di questa diatriba psicologico-politica che si è generata fra mondo laico e cattolico. Ci dobbiamo occupare della famiglia. Punto”.
Giuseppe Ferlicca
