Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – Dopo la lettera aperta inviata alla il 25 settembre 2014, ad oggi, si deve prendere atto che nulla o quasi è cambiato e che nessun provvedimento è stato preso per ridimensionare quanto riportato.
L’avviso per consentire anche ad altri infermieri di accedere alle prestazioni professionali presso il carcere di Viterbo, dopo oltre un anno, è ancora una “chimera” che continua a perseverare nella discriminazione tra i gli operatori sanitari in questione. Tale situazione sta assumendo le sembianze di una “ingiustizia perenne”, che, nonostante le assicurazioni verbali, non vede ancora la soluzione definitiva e non si sa quando si vedrà.
Inoltre, presso l’unità di degenza di area ortopedica, permane lo stesso “stato confusionale” derivante dal ricovero di pazienti di altre discipline sanitarie e ciò non è dovuto esclusivamente alla presenza di pazienti che nulla hanno in comune con l’area ortopedica, ma dal permanere l’usanza dei diversi medici che vi si recano per visitare i “loro” pazienti con la pretesa di avere, comunque, presente una unità infermieristica di ortopedia al loro servizio e che, talvolta, con pretese assurde richiedono, magari, sostanze da iniettare inesistenti nel reparto, reagendo, qualcuno anche per iscritto, alla risposta degli infermieri: questa sostanza in reparto non esiste.
Tale situazione comporta, di certo, un aumento dello stress, cui gli infermieri, operatori socio sanitari e ausiliari sono già sottoposti, (questo non riguarda soltanto l’ortopedia), a causa della carenza di personale, che potrebbe indurli in errori. Errori cui la commissione di disciplina potrebbe essere inclemente e con provvedimenti eclatanti, in quanto composta da “poltrone e poltroncine” che, da quanto risulta, mai vanno nei reparti di degenza a vedere come e in quali condizioni di stress lavorano gli operatori sanitari, ma potrebbero valutare solo tramite segnalazioni che, a mio giudizio, possono portare elementi distorti dalla pura verità ed il fattore stress e stanchezza possono non assumere nessun valore nel giudicare. “L’utente ha sempre e comunque ragione”.
Alla grave situazione derivante dalla carenza di personale, ci sono esuberi di carichi di lavoro che contribuiscono nell’incrementare lo stress e la stanchezza fisica e psichica. Vedi, ad esempio, i doppi turni e la pronta disponibilità, (reperibilità), che inizia immediatamente dopo un turno lavorativo, spesso anche notturno. Quali garanzie possono dare tali operatori, sia ai pazienti che a loro stessi. Negli ospedali della Ausl, ma specialmente presso Belcolle, si sta sfiorando una realtà che potrebbe equivalere ai “lavori forzati”.
Gli operatori sanitari tutti, ma in particolar modo gli infermieri, hanno superato qualsiasi soglia di sopportabilità e i responsabili dell’organizzazione del lavoro non possono continuare a pensare di mantenere questo “status”. Non si può giocare con la pelle degli operatori con la motivazione che la regione Lazio non assume e non consente sostituzioni.
Mancano circa 150/200 infermieri oltre agli operatori socio sanitari e agli ausiliari socio sanitari e questo non è per loro colpa, quindi continuare con l’attuale politica di mantenere ad ogni costo di tutto e di più potrebbe assumere il significato di “schiavizzare” chi presta la vera assistenza agli utenti, 24 ore su 24, e magari non vedersi neanche retribuite le ore di straordinario.
La Confael dice basta al permanere di questa impropria situazione e per questo chiama in causa l’ispettorato del lavoro cui la presente è inviata per conoscenza, riservandosi di chiedere l’intervento di ulteriori autorità che possano porre la parola “fine” a tale scempio sociale e umanitario, a tutela degli operatori e degli utenti.
Egidio Gubbiotto
Segretario provinciale Confael Viterbo
