Milano – “La moto ti fa attraversare i paesaggi e non solo guardarli”.
A sentirlo parlare, Roberto Parodi sembra nato sulla moto. Un ingegnere, giornalista e scrittore, nonché fratello di Cristina e Benedetta, che ha viaggiato per il mondo in sella alla sua Harley Davidson, raggiungendo India, Sudafrica e molti altri paesi. Esperienze che descrive con la naturalezza di chi il viaggio ce l’ha nel dna.
Tolte la giacca e la cravatta, infila il giubbotto di pelle e, con gli occhiali a specchio, si avventura per il mondo. Percorre le strade con il vento tra i capelli e vive i luoghi sulla pelle. Ne percepisce i colori. Gli odori. Si sporca della polvere della terra. Sensazioni che ha raccolto in un libro “Manuale di viaggio per motociclisti overland” in cui spiega il suo stile di vita.
Chi è Roberto Parodi?
“Ho 50 anni e tre figli dalla stessa moglie, che non è necessariamente banale – esordisce Parodi -. Mi sono laureato in Ingegneria e poi ho fatto un master con cui sono diventato dirigente di banche estere. Non mi divertivo più e ho cambiato carriera. Qualche anno fa, ho fatto un altro salto, che spero non sarà nemmeno l’ultimo, e attualmente faccio il giornalista televisivo, conducendo Born To Ride su Italia2. Contemporaneamente ho sempre scritto e pubblicato sette libri. Non ho mai abbandonato questa passione che è poi diventata un lavoro”.
Cioè?
“La parte divertente e interessante della mia storia è che, quando il lavoro vero è diventato meno interessante, è subentrata la passione. Proprio questa, se coltivata in modo impegnativo, testardo e costante, può tirarci fuori dall’impaccio”.
Come nasce l’idea del libro e perché proprio un manuale di viaggio?
“Da un mio desiderio di mettere insieme tutto quello che avevo imparato nella mia esperienza di viaggiatore. Anche se ci sono motociclisti che hanno fatto più chilometri di me, nel mio caso, è il “dove” a rendere le storie abbastanza uniche. Ho raccolto tutto ciò che tenevo nella mia testa e che avevo scritto su fogliettini o appunti che mi servivano, per esempio, a preparare il bagaglio o a trovare il miglior modo per spedire la moto. Ho raggruppato le indicazioni in un manuale, che poi un manuale non è”.
Si spieghi.
“Ogni istruzione è corredata da un episodio che io e i miei amici abbiamo vissuto e del quale abbiamo fatto tesoro per non commettere di nuovo gli stessi errori. Il concreto collegamento con quello che è successo sulla strada, on the road, è il bello del libro. Così come le foto. Lo si può leggere tranquillamente anche se non si sta partendo per un viaggio overland”.
La prima volta che ha viaggiato su una moto?
“Ho sempre viaggiato in moto. Lo faccio dall’età di 16 anni quando mi avventuravo con il mio 125 da Sanremo, dove eravamo in villeggiatura coi miei genitori, per andare a trovare una fidanzatina a Limone, in Piemonte. Un viaggetto abbastanza impegnativo per un ragazzo di 16 anni. Viaggiare è stato da sempre nel mio dna e non solo con la moto, ma anche con lo zaino. Ho sempre avuto la passione per la scoperta e grande curiosità”.
Cosa prova in sella?
“Provo un grande amore per la mia moto. Mi porta in giro e mi permette di scoprire l’ignoto con un pizzico di coraggio e grande rispetto dei luoghi che visito. Sembra di avere tutto il mondo a disposizione”.
Con un altro mezzo, non è possibile, per lei, provare le stesse sensazioni?
“Ovviamente sì. Ci sono mezzi, come i fuoristrada, che ispirano grande libertà. Su una macchina, però, bisogna stare sulla strada e non si può, per esempio, campeggiare in una montagna. La moto ti fa attraversare il paesaggio e non solo guardarlo. Dai finestrini dell’auto, vedi l’ambiente come dal televisore e non ne senti i profumi o i cambiamenti impercettibili di temperatura. Non ti ritrovi sporco della polvere della strada che hai percorso. Emozioni che, con la moto, vivi sulla pelle”.
Qual è la migliore moto per affrontare un viaggio?
“E’ quella che si ha a disposizione, senza andarla a cercare. Da un punto di vista tecnico, per fare un lungo viaggio in cui si attraversa un continente, serve un mezzo semplice che se si rompe, si impantana o si incasina, si può facilmente aggiustare. Deve essere di un valore economico non stratosferico, per non dover evitare un posto per la paura che te lo rubino, deve avere una buona capacità di carico per i bagagli e deve essere comoda. Io amo le monocilindriche degli anni ’80 che restano quelle più indicate per itinerari overland”.
C’è un partner ideale?
“Lo stesso amico che avresti scelto per un viaggio in barca a vela o un’arrampicata su una montagna. Una persona con cui la promiscuità quotidiana non è un problema e con la quale condividi tolleranza, interessi e coraggio. In caso contrario, si crea il delirio. Nonostante un’organizzazione impeccabile, se sbagli il compagno, il viaggio diventa un incubo”.
L’itinerario che l’ha colpita di più?
“Amo molto l’Africa che credo sia il continente più avventuroso, selvaggio e affascinante del mondo. L’ho girato abbastanza e il viaggio più bello è sicuramente quello che ho fatto da Milano a Cape Town, attraversando tutto il continente con una vecchia Harley Davidson, insieme a un mio amico. Ci abbiamo messo un mese e mezzo. Resterà nel mio cuore”.
Un imprevisto particolare?
“Non ce n’è uno più curioso di un altro, ma ricordo un episodio accaduto in un viaggio da Milano a Nuova Delhi. Era il 2007 e stavamo di sera in mezzo al Pakistan, in una zona pericolosa per i talebani, quando la moto del mio compagno di viaggio dell’epoca si è rotta. Abbiamo pensato di dover passare la notte in bianco, seduti per terra vicino alla moto. Invece, si sono avvicinati dei ragazzi del posto, che ci hanno ospitato nella loro casa, facendoci dormire nei loro letti. I loro genitori ci hanno preparato un’ottima cena, alla quale hanno invitato l’intero villaggio perché eravamo una novità, visto che un occidentale non era mai passato da quelle parti immerse nelle montagne. Il giorno dopo hanno chiamato un meccanico e hanno fatto di tutto per aiutarci. Alla fine siamo ripartiti con un pizzico di nostalgia per queste persone, incontrate casualmente, che ci hanno fatto pensare che l’uomo è buono e il mondo è pieno di brave persone. Ci hanno accolto nonostante avessimo moto americane e fossimo “infedeli italiani e occidentali”. Non glien’è fregato nulla e ci hanno aiutato”.
Il suo format riguarda posti incredibili nel mondo. Si potrebbe fare lo stesso prendendo in considerazione l’Italia?
“Certo, l’Italia è uno dei territori più versatili e avventurosi dal punto di vista delle strade. Penso al Sulcis nel sud-ovest della Sardegna, che è estremamente affascinante, oppure al delta del Pò, al Salento e ai passi alpini dolomitici più remoti. Manca, però, la sensazione di essere lontano o in un posto in cui non si ha la possibilità di essere aiutato e salvato. Anche nei luoghi più remoti, il nostro, resta un paese civile in cui basta una telefonata per farsi recuperare, in caso di difficoltà”.
Il viaggio che vorrebbe fare e che ancora non ha fatto?
“Il periplo dell’Africa, perché, per adesso, sono arrivato fino a Cape Town, passando per il lato orientale e quindi Egitto, Kenya e Tanzania sull’oceano Indiano. Vorrei quindi completare il giro dal lato opposto, ossia Angola, Congo e Nigeria che, purtroppo, in questo periodo, è colpita dal virus dell’ebola. Prima o poi lo farò”.
Qual è il messaggio del suo libro?
“Il libro, nonostante il titolo, parla di uno stile di vita. Il mio modo di affrontare un viaggio, di cosa portare e come comportarsi con le persone. So che non è il modo convenzionale, ma, attraverso queste indicazioni, esorto chiunque a trovare il suo personale approccio a un viaggio overland che è un’esperienza che ti cambia la vita. Non voglio insegnare, ma dare suggerimenti per poi lasciare liberi di trovare il modo migliore di scegliere come avventurarsi”.
Un consiglio irrinunciabile per chi si mette in viaggio?
“Avere la consapevolezza che non si può mai essere pronti a ogni iconveniente – conclude Parodi -. La testa deve essere pronta al fuori programma, all’imprevisto e all’avventura, perché altrimenti, invece di fare un viaggio in moto, è meglio affidarsi a un tour operator. Solo in questo caso, se le cose non vanno bene, ci si può incazzare. Non quando si va in moto. L’apertura mentale e la consapevolezza di essere approssimato è alla base del vero viaggiatore”.
Paola Pierdomenico



