Viterbo – “Viterbo oggi mi ha restituito il cadavere di mio figlio”.
Angela Manca parla con una rabbia che le fa tremare la voce. La conferenza già convocata da giorni dopo l’udienza per la morte del figlio Attilio diventa una nuova invettiva contro la procura. “Non hanno mai fatto indagini serie”, torna a ripetere la madre di Attilio. Ma la delusione più cocente per i familiari, oggi, arriva in realtà dal tribunale di Viterbo, che ha escluso la parte civile dal processo (fotocronaca: il sit-in, il processo, la conferenza – slide).
Una doccia fredda, per la madre e il fratello del giovane urologo morto a Viterbo dieci anni fa. Che tutto si aspettavano tranne di non poter interloquire affatto nel processo tuttora aperto per la morte di Attilio. Un processo-farsa, per loro: l’imputata è Monica Mileti, presunta pusher che avrebbe ceduto la dose letale di eroina al giovane medico. Eroina mista a tranquillanti, la causa della morte, nella lontana notte tra l’11 e il 12 febbraio 2004.
Ma a quella che l’avvocato Antonio Ingroia definisce “l’apparenza processuale” si sovrappone “la verità sostanziale, da sempre sostenuta dai Manca”: Attilio non si è ucciso. “Attilio è stato ucciso perché ha operato Bernardo Provenzano e, forse, dopo di lui, doveva operare anche qualcun altro, ma non voleva diventare il medico della mafia”, dice la madre Angela con tutta la voce che ha. I familiari volevano una chance a Viterbo per dimostrarlo. Ma, estromessi come parte civile, non potranno più farlo.
E’ stata l’unica richiesta della procura accolta stamattina dal giudice Eugenio Turco: tagliare fuori i parenti dal processo perché non sarebbero più persone danneggiate dal reato. Che non è più omicidio colposo per cessione di droga, dichiarato prescritto in udienza preliminare. A carico di Monica Mileti resta solo la cessione di stupefacenti. E per questa singola accusa, secondo il tribunale, i parenti del medico siciliano non sono persone offese.
Il dispositivo del giudice ha gelato un’aula intera, riempita dai partecipanti al sit-in della mattina, in sostegno dei Manca e organizzato dal Movimento 5 Stelle. In aula c’erano il consigliere comunale Gianluca De Dominicis e i parlamentari Massimiliano Bernini e Francesco D’Uva.
Il fratello di Attilio, Gianluca Manca, guardava il vuoto con occhi sbarrati mentre ripeteva: “E’ una vergogna”. Più di qualcuno lo ha gridato verso il giudice, mentre gli avvocati Antonio Ingroia e Fabio Repici lasciavano l’aula in silenzio.
L’acme di un’udienza ad altissima tensione. Cresciuta già quando il pm Renzo Petroselli ha chiesto la dichiarazione di prescrizione, perché a suo dire, si tratta di un’ipotesi lieve di spaccio di droga. Già a quel punto, Ingroia e Repici erano insorti: “Il pm torna sul suo stesso capo di imputazione, dove non si parla di ipotesi lieve di spaccio, ma di quantità indefinibile di stupefacenti ceduta ad Attilio. Il punto è che la procura ha paura di accertare la verità e non vuole fare il processo”. Ma se per i legali dei Manca, quella richiesta era pretestuosa, per l’avvocato difensore Angelo Ieraci proprio no: “Succede quotidianamente che si indichi genericamente l’articolo, senza specificare che l’ipotesi di spaccio è lieve”. Uno scontro frontale ben diverso da quello classico tra accusa e difesa. Stavolta, e in modo del tutto anomalo, erano accusa e parte civile a fronteggiarsi. Due parti in causa che, in genere, hanno interessi comuni. Non in questo caso. Anche se Ingroia, da “inguaribile ottimista” quale si definisce, vede il bicchiere mezzo pieno.
“Sono contento di questa decisione. Meglio essere usciti dal processo, piuttosto che restare parte civile e vedere respingere in continuazione le nostre domande o richieste”.
La vicenda Manca, per l’ex toga, si muove su un doppio binario. “Da un lato la messinscena del processo per droga – afferma Ingroia -, dall’altro la verità sostanziale sulla morte di Attilio. Per avere la verità, abbiamo accettato di far parte della messinscena, perché era l’unico campo di battaglia processuale possibile. Ma a noi non ce ne frega niente della condanna della Mileti, perché la partita in gioco non è quella della messinscena, ma quella della verità. Il giudice ha solo dimostrato che il suo interesse non è accertare la verità, ma fare il suo compitino con diligenza. E cioè giudicare se Monica Mileti ha dato la droga ad Attilio o no”.
Il futuro del caso Manca come delitto di mafia dipende dalla Procura nazionale antimafia. Il lavoro di Ingroia continua in questa direzione. “Con la magistratura viterbese non vogliamo più avere a che fare. Faremo un esposto alla Dda di Roma. Con un elemento in più, che sono le dichiarazioni del boss dei Casalesi Giuseppe Setola, che collega la morte di Attilio a Provenzano. Sappiamo già che c’è un’indagine preliminare su questo. Sarebbe opportuna anche un’inchiesta dei pm di Palermo, che hanno raccolto quelle dichiarazioni. Setola lo avremmo chiamato a testimoniare a Viterbo. Ma ci è stato impedito con un’ordinanza immotivata, scritta freneticamente su un fogliettino e che non possiamo impugnare”.
Stefania Moretti
Parte civile fuori dal processo Manca










