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Nuova macchina di Santa Rosa, assurda una commissione senza facchini

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Francesco Mattioli

Francesco Mattioli 

Santa Rosa 2014 - Fiore del cielo

Santa Rosa 2014 – Fiore del cielo 

Santa Rosa 2014 - Fiore del Cielo a via Marconi

Santa Rosa 2014 – Fiore del Cielo a via Marconi 

La macchina sulla salita di santa Rosa

La macchina sulla salita di santa Rosa 

Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – Faccio outing: ho fatto parte della commissione che scelse Sinfonia d’Archi di Russo.

Non ero un professionista, fui nominato, perché avevo condotto studi e ricerche sociologiche sul Sodalizio dei Facchini e avevo fatto parte di un team autore di un documentario fotografico sul Trasporto, intitolato “Quella sera del Tre“, che ebbe un buon successo. Ricordo che nella commissione c’erano cultori di storia cittadina, e – giustamente – alcuni rappresentanti dei partiti politici, cioè dei rappresentanti dei cittadini.

Inoltre, c’erano un rappresentante della curia, un rappresentante del Sodalizio e almeno un tecnico comunale. La commissione doveva decidere sulla base della rappresentatività estetica e simbolica dei singoli progetti, mentre i tecnici dovevano valutare soprattutto la loro effettiva realizzabilità.

Sinceramente, non capisco i termini del dibattito sulla scelta della nuova Macchina di santa Rosa. Ci sono due piani, come è noto: l’uno, creativo, che riguarda la scelta del progetto migliore; e l’altro, che riguarda l’appalto dei lavori.

Il piano creativo non può seguire le procedute burocratiche delle gare d’appalto, ma i principi propri del concorso di idee. Sulle idee si devono esprimere in genere degli esperti, professionisti di riconosciuto valore operanti nel campo delle arti figurative, dell’antropologia, della cultura; tuttavia, quando la manifestazione abbia un forte carattere popolare, agli esperti vanno affiancati anche i soggetti sociali direttamente interessati. Il piano tecnico operativo, l’appalto dei lavori, è altra cosa: necessita di un preciso iter burocratico formale, direi di legge.

Paradossalmente, la macchina potrebbe essere anche scelta da un solo soggetto, magari di tale “chiara fama” da rendere superfluo qualsiasi contraddittorio.

In realtà, occorre chiedersi che cosa è, o rappresenta, la macchina. Se rappresenta la città, il suo retaggio storico, il culto della santa, il sentimento e la partecipazione popolare, ecc., non vi sono alternative possibili. Altro che professionisti rappresentanti burocraticamente di alcuni settori (sarei curioso di capire quali: architetti? ingegneri? pittori? scultori? elettricisti? imprenditori? artigiani? commercianti? antropologi? sociologi? esperti di marketing? giornalisti? massmediologi? tuttologi? capipolo?).

Qui serve il parere di chi è direttamente coinvolto nella manifestazione.

Innanzitutto, i facchini. Da quando è stato fondato il sodalizio, i facchini non sono più i principi di una notte, come una volta, da premiare con una scatola di sigari e una bottiglia di quello buono, prima di respingerli nuovamente nell’anonimato della marginalità sociale. Può darsi che a volte ecceda nella voglia di protagonismo, e che talaltra si abbandoni a esternazioni fuori le righe, ma il Sodalizio è oggi una sorta di confraternita sociale, senza la quale il Trasporto non solo non si farebbe ma, soprattutto, resterebbe negletto per 364 giorni all’anno.

Ricordo che il Sodalizio fu il primo ad aprirsi alle altre manifestazioni simili alla macchina di Santa Rosa. Che i facchini dicano loro su cosa si mettono sulle spalle, mi sembra il minimo in una società democratica e pluralista come la nostra.

Quanto al rappresentante della curia, bisognerà che la città si metta d’accordo con sé stessa: o il trasporto è una kermesse turistica, e allora prima o poi una bella pubblicità della Coca Cola alla base della macchina non ce la leva nessuno, oppure rappresenta ancora un rito della religiosità e dell’identità cittadina (come sento dire in tutti i discorsi fatti ogni anno tra il primo e il quattro di settembre da destra a sinistra), e allora la dimensione del culto della santa deve essere rappresentata in ogni sede, a cominciare da una commissione incaricata di scegliere il nuovo bozzetto.

Ben venga fra gli esperti l’Università: per definizione, oltre che nei fatti, essa possiede conoscenze, sensibilità e criteri valutativi che attingono direttamente ai livelli più elevati della cultura nazionale e internazionale: qualcosa da proporre, ce l’ha sicuramente.

E ben vengano sia gli esperti che operano nella cultura viterbese, a vario titolo – storici, artisti, osservatori sensibili alla realtà cittadina – sia quelli forestieri, soprattutto se di chiara fama, i quali possono portare istanze nuove e diverse, ora che la macchina ha la possibilità di farsi riconoscere come patrimonio dell’umanità, e quindi di dialogare con altre culture.

Di certo, in un paese che con grande fatica si sta cercando di sburocratizzare, suonerebbe strano se certi esponenti del progressismo italiano si facessero invischiare in un discorso che sembra la quintessenza del burocratichese più spinto.

L’ideale forse sarebbe che la scelta della macchina provenisse da un’opzione popolare; tuttavia mi rendo conto che non solo è complicato, ma se c’è una cosa su cui l’opinione pubblica può essere influenzata da soggetti esterni portatori di interessi “particulari” e quindi dalla demagogia, è quando si deve fare una scelta popolare di natura estetica e di sentimento, che diventa inevitabilmente una scelta di pancia.

Ha ragione il sindaco: se la macchina è un prodotto della “viterbesità”, sulla sua scelta deve pesare l’espressione di tale “viterbesità”. Ovviamente tale viterbesità deve restare “alta”, non deve trasformarsi in provincialismo, perché un patrimonio dell’umanità deve rispondere della sua esistenza anche all’umanità.

In ogni caso, ben venga una commissione di “esperti”, possibilmente ecumenica nella sua rappresentatività sociale oltre che culturale, e soprattutto estranea agli interessi di parte.

Ma per favore: lasciamo ai burocrati le scelte burocratiche (che saranno ovviamente necessarie), ma non quelle che coinvolgono lo spirito, l’identità, le tradizioni e le rappresentazioni simboliche di una comunità (è la traduzione di ciò che si intende per “viterbesità”).

Viterbo ringrazierà; anzi, visto che ormai la macchina è patrimonio dell’umanità, sarà l’umanità a ringraziare. E a giudicare…

Francesco Mattioli


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