Viterbo – Gianfranco Fiorita agli arresti domiciliari. E non da ieri.
Il dentista viterbese, ex latitante, è uscito dal carcere a inizio settimana, su decisione del giudice del tribunale di Viterbo Eugenio Turco. L’ennesima istanza di scarcerazione del suo avvocato Roberto Alabiso è andata a segno: “Abbiamo trovato un alloggio disponibile, dove farlo rimanere ai domiciliari”, spiega il legale.
Dove sia questo alloggio, lo sanno solo Fiorita e pochi altri. “La località è segreta per ragioni di sicurezza – continua Alabiso -. Così come per sicurezza abbiamo preferito non divulgare subito la notizia della scarcerazione. Per una questione di incolumità”.
Pochi giorni fa, l’avvocato ha ricevuto la telefonata di una persona non meglio identificata, che gli consigliava di guardarsi le spalle. C’è anche chi, su Facebook, avrebbe scritto che, ‘se lo tiravano fuori, sarebbe andato a cercare lui e il suo avvocato’. Ma non è questo che impensierisce Alabiso.
“Non è per la telefonata in se, è piuttosto una questione di prudenza, richiesta dalla situazione – afferma l’avvocato -. A processo contro Fiorita ci sono 49 persone che reclamano somme anche importanti. La reazione popolare, a fronte di un provvedimento di clemenza potrebbe essere negativa, da parte di chi si ritiene, giustamente o ingiustamente, creditore”.
Sul dentista pende un’accusa di appropriazione indebita aggravata di 660mila euro, tra caparre di stagisti, quote di soci, anticipi dei clienti, rimasti con i lavori a metà. Il processo va avanti da due anni, mentre la fuga di Fiorita dall’Italia risale al 14 ottobre 2010. Quel giorno, il dentista del Pilastro doveva partire per uno stage in Sudamerica con un gruppo di tirocinanti. Li lasciò a Fiumicino. Nelle settimane successive alla sua scomparsa, le denunce dei clienti si moltiplicarono. Clienti adirati. Più di qualcuno, rimasto con ponti e punti in bocca, mentre continuava a pagare le rate del prestito concesso dalla finanziaria consigliata da Fiorita.
A quattro anni da quella fuga, il dentista è tornato, dopo un arresto per maltrattamenti alla compagna in Paraguay, e il ritiro del passaporto. A fine agosto ha scritto una lettera al suo avvocato: “Ho pensato che questo è il momento più indicato per presentarsi al giudice in Italia, visto che è cominciata la difesa – scriveva -. Per questo mi sono recato all’ambasciata in Italia, dove mi hanno preparato il biglietto e il documento provvisorio di viaggio. Mi hanno detto che viaggerò da solo e che quando arriverò a Roma ci sarà qualcuno ad aspettarmi, probabilmente della questura di Viterbo”.
Così è stato. Sono andati a prenderlo a Fiumicino gli agenti della squadra mobile di Fabio Zampaglione, terza sezione reati contro il patrimonio, coordinata dal sostituto commissario Marco Buttinelli. E dal primo settembre al 27 ottobre è rimasto rinchiuso a Mammagialla. Dopo tre istanze del suo legale e un ricorso ancora pendente al tribunale del Riesame.
“Non ci rinunceremo – annuncia Alabiso -. Il 7 novembre andrò a discuterlo. Gli arresti domiciliari ci consentono comunque di lavorare bene per mettere a punto la strategia. In questi pochi giorni siamo riusciti a recuperare tanti documenti utili. I domiciliari sono un grande e giusto risultato, ma puntiamo alla libertà”.

