Acquapendente – Sabato 29 novembre è uscita la prima edizione del giornale scolastico online “Giravoce”.
Gli studenti dell’Istituto Omnicomprensivo Leonardo Da Vinci, potranno facilmente accedervi dal sito della scuola: cliccando a sinistra sulla sezione “Il giornalino” verrà visualizzate la copertina, nella quale -tramite appositi collegamenti ipertestuali- si avrà l’accesso alle notizie suddivise in rubriche; nonostante il giornale sia prodotto e destinato agli studenti, non poteva mancare uno spazio dedicato alla voce dei docenti.
Riceviamo e pubblichiamo l’intervista alla dirigente scolastica, Luciana Billi – Il giorno mercoledì 12 novembre, gli otto membri della redazione LeodaVinci, durante l’orario scolastico, hanno fatto irruzione in presidenza per intervistare il dirigente scolastico, Luciana Billi, che ha piacevolmente acconsentito all’intervista. Al centro della discussione il percorso formativo del dirigente, le sue fantasie di bambina, i suoi sogni e desideri per il futuro. Durante il dialogo ha anche anticipato alcuni progetti e proposte che ha in serbo per l’istituto superiore, e che spera diventeranno presto realtà.
Per prima cosa, come studenti, vogliamo chiederle qual è stato il suo percorso formativo.
“Dirigente Luciana Billi: Parto dalla scelta dell’Istituto Superiore. Io ero votata liceo Scientifico perché adoravo particolarmente la matematica, ma mio padre insistette tantissimo affinché io facessi una scelta di tipo professionale. In quegli anni l’Istituto Magistrale andava alla grande e, con un po’ di rammarico, scelsi quella tipologia di scuola. Lì è poi nata la mia passione per la filosofia. Dopo i quattro anni di Istituto Magistrale, ho così frequentato l’anno integrativo e mi sono iscritta alla facoltà di lettere e filosofia di Siena. Una volta laureata, ho vinto il primo concorso e sono entrata di ruolo alla scuola dell’infanzia. Dopo quattro anni, sono passata alla scuola elementare per quattro o cinque anni aspettando il concorso per l’abilitazione all’insegnamento di filosofia, perché il mio sogno nel cassetto era proprio insegnare filosofia alla scuola superiore. Ma non ho più potuto fare quel concorso: era nato mio figlio e avevo scelto la famiglia. Dopo qualche anno ho avuto, invece, la possibilità di iscrivermi al concorso di dirigente e, con grande sorpresa, poiché avevo solo trentatré anni, l’ho vinto e sono andata a Milano”.
Quindi, dopo questa sua prima risposta, si ritiene entusiasta degli obiettivi che ha raggiunto finora?
“Degli obiettivi professionali sì, mi ritengo abbastanza soddisfatta; dico abbastanza perché chi lavora dentro la scuola ha un’immagine della scuola che, a volte, non corrisponde con quello che l’amministrazione o le scelte di politica scolastica ci impongono. La mia idea di scuola non combacia quindi completamente con la realtà scolastica del nostro sistema”.
Era proprio questo il suo sogno nel cassetto da bambina; o magari fantasticava su un’altra vita?
“Io ho sempre desiderato lavorare dentro la scuola, anche se il mio obiettivo finale era quello di fare la docente piuttosto che il dirigente scolastico. E’ vero che non c’è un rapporto diretto con i ragazzi, ma è anche vero che si lavora per i ragazzi. Quindi, facendo un bilancio delle mie scelte, io sono soddisfatta”.
Come definirebbe il rapporto che lei ha con ragazzi e bambini?
“Io penso che nel rapporto che qualsiasi adulto ha con i ragazzi e che ha una funzione educativa, sia come dirigente, sia come docente, o come genitore, si debba utilizzare un canale privilegiato, che è quello dell’ascolto. Noi dobbiamo imparare ad ascoltarvi. Perché è ascoltando i ragazzi si capisce quali sono le loro richieste, le loro esigenze, le loro necessità; che cosa chiedono, che cosa si aspettano da noi. La mia idea di docente mancata è che anche i docenti dovrebbero lavorare molto sull’aspetto dell’ascolto e della relazione; perché è proprio sulla relazione e sull’ascolto che si costruisce il percorso didattico. Le discipline vengono in un secondo momento e il percorso curriculare è semplificato se c’è una relazione fluida e trasparente tra docente e alunno, tra genitore e alunno”.
Dalla scuola materna, elementare e media all’istituto superiore: qual è stato il suo primo impatto con questa nuova realtà?
“L’istituto omnicomprensivo è generalmente considerato una bestia organizzativa dai dirigenti scolastici. Ci si trova a gestire una molteplicità di situazioni, di impostazioni organizzative, di problematiche, e solitamente è vissuto come una schizofrenia. Questa era l’immagine che avevo prima di iniziare la nuova esperienza. Io ritengo che l’Istituto Omnicomprensivo debba essere l’istituzione per eccellenza nella quale debbano lavorare tutti i dirigenti scolastici, poiché ti da la possibilità di avere una visione a 360° del sistema scolastico. Adesso ho un’idea molto più chiara di quelli che sono i punti di forza e di debolezza del mio Istituto Comprensivo, proprio perché vedo i frutti nella scuola Superiore. Sono due mesi ormai che lavoro in questa scuola e devo dire che il bilancio è assolutamente positivo. E’ quello che mi mancava nella mia carriera professionale; sono molto più soddisfatta adesso come dirigente che gli anni precedenti”.
E adesso ci faccia una piccola confessione: ai tempi dei banchi di scuola, era una studentessa modello come tutti ci aspettiamo o…
“Ma… non è che fossi proprio una santa, se potevamo fare qualche dispettuccio lo facevamo; però ero molto studiosa. Avevo un esagerato senso del dovere: è questo l’insegnamento che mi hanno dato a casa ed è quello che è rimasto. Mi mettevo in competizione con me stessa: il mio obiettivo era raggiungere il massimo di quello che potevo dare. Non mi confrontavo mai con gli altri. E anche questo è stato un elemento che mi ha dato forza in tutto il percorso formativo scolastico: mai confrontarmi con gli altri ma con me stessa. Se sapevo che in quella disciplina potevo raggiungere il massimo, dovevo raggiungerlo assolutamente; e ci riuscivo senza dubbio. Prima veniva l’impegno e lo studio poi tutto il resto”.
Pensa di essere diventata la dirigente che avrebbe voluto da bambina?
“Come per tutte le cose della vita io non mi sento mai arrivata all’obiettivo. Devo migliorarmi ancora tanto, e ho ancora tanto da imparare. Non sono ancora l’ideale di dirigente che avevo in mente; ma questa è proprio una scelta personale. In tutte le cose non ci si deve mai sentire arrivati, perché nel momento che si pensa di aver raggiunto un’assoluta competenza, si è nell’incompetenza di capire qual è il proprio limite. Io non tendo ad essere perfezionista, ma a verificare sempre che cosa ho sbagliato; e quindi, sotto questo punto di vista, rimango un po’ insoddisfatta”.
Ha voglia di anticiparci alcuni progetti e proposte che ha in serbo per noi, per l’Istituto superiore?
“Io quest’anno mi ero posta un obiettivo: semplicemente leggere la realtà di questo istituto senza progettare niente di nuovo, e invece non sono riuscita a stare ferma. Mi sembra che qualcosa sia già cambiato, anche se questo dovreste dirmelo voi. La prima caratteristica della mia scuola, l’Istituto comprensivo, era lavorare sugli scambi culturali. L’altra caratteristica del nostro POF, piano dell’offerta formativa, era invece quella di lavorare sui linguaggi non verbali, sulla creatività; lavorare sulla musica, sulla drammatizzazione, il teatro e così via. Quindi lavorare sui laboratori, poiché il laboratorio, essendo una situazione didattica e metodologica diversa dalla lezione, aiuta i ragazzi a socializzare, esprimersi e a comunicare. Aiuta tutti, anche i ragazzi che sono in difficoltà; e questa cosa alla scuola superiore manca. I miei due obiettivi, a breve termine spero, saranno quindi proprio quello di creare una situazione laboratoriale che possa valorizzare le vostre competenze al di fuori delle competenze scolastiche; e cominciare ad aprire la scuola agli scambi culturali. Relativamente al secondo obiettivo, lo scopo di quest’anno sarà quello di creare un gruppo di progetto e di elaborare una progettazione, cercando di coinvolgere anche le scuole superiori, su una tematica che può essere legata all’handicap, allo sport, all’alternanza scuola-lavoro ecc. Quindi aprire questa scuola alla possibilità di scambiare le esperienze didattiche con altre scuole. A confronto con le nazioni europee ridimensiona la presunzione degli italiani di avere il massimo delle scuole; ma questo non è vero. A livello organizzativo mi sono resa conto che la scuola italiana pecca in tante cose”.
Adesso che i suoi impegni sono aumentati notevolmente, riesce a conciliare bene la vita lavorativa con quella familiare?
“Ho già rinunciato a qualcosa: non vado più in palestra. Gli impegni pomeridiani sono tantissimi, partecipando ai consigli e ai GLH, ma magari nei prossimi anni sarà diverso. Come primo anno ho scelto di essere presente nei gruppi di lavoro con i docenti perché è uno dei modi che ho per conoscere questa scuola e conoscere anche le problematiche. Per quanto riguarda invece la vita familiare, a casa sono abbastanza abituati a vedermi impegnata nel lavoro anche nelle ore che trascorro a casa, e quindi per loro non è cambiato nulla”.
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