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“Immagino lui che le tappava la bocca con le mani…”

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Il corpo della 52enne portato via dalla casa

Il corpo di Anna Maria Cultrera portato via dalla casa

I carabinieri della scientifica sul luogo del delitto

I carabinieri della scientifica sul luogo del delitto di Barbarano Romano

I carabinieri nell'abitazione di via IV Novembre a Barbarano Romano

I carabinieri nell’abitazione, teatro del delitto

Barbarano Romano – Lo avevano incrociato raramente. Ieri lo hanno rivisto in un’aula di tribunale scortato dalla penitenziaria.

Era la prima volta che i fratelli di Anna Maria Cultrera incontravano Antonio Matuozzo, l’uomo che l’ha uccisa con cinquanta coltellate. Anna Maria aveva 61 anni. Era la sorella di Silvana e Vincenzo Cultrera e la compagna di Matuozzo.

Lui, 66enne di origini napoletane, ex parrucchiere in pensione, non aveva mai presenziato al suo processo per omicidio. Ha deciso di comparire davanti al giudice solo il giorno della sentenza. Imponente e distinto. Completo elegante sotto il giubbotto marrone. Una maschera impassibile.

Il contrario dei fratelli Cultrera, che hanno occhi che dicono tutto. Quelli della signora Silvana sono pieni di rabbia. Quelli di Vincenzo si velano quando gli si chiede cosa prova a vederselo davanti. “Mi vergogno di essere un uomo, mettendomi nei panni di certi uomini che fanno questo alle loro compagne. E penso a quanto ha sofferto mia sorella. Immagino la scena. Lui che le tappava la bocca con le mani. Lui che l’ha colpita nel sonno. Gli ultimi attimi della sua vita devono essere stati terribili. Ma oltre alla giustizia terrena, lo aspetta anche quella divina”.

Matuozzo è stato condannato a trent’anni. La notte del 12 ottobre 2013, a Barbarano Romano, ha affondato cinquanta volte la lama di un coltello nel corpo di Anna Maria. Fendenti a caso dappertutto. Poi quello mortale alla gola e il coltello lasciato lì. Piantato nel collo. A ribadire la sua lucida follia. Dopo, chiamerà i carabinieri. Dirà che lei se l’era meritato, per poi andare in carcere consapevole che non poteva essere altrimenti, per quello che aveva fatto.

Il suo avvocato Marco Marcucci ha speso tutti gli argomenti che poteva: lo stress emotivo per un rapporto di coppia che si stava logorando, non per volontà di Mautozzo, e una semi-infermità mentale dovuta a un disturbo di doppia personalità. Ma sul 66enne pesava anche la perizia psichiatrica eseguita durante il processo: lucido fino all’ultimo e capace di intendere e di volere. Un carico da dodici, impossibile da portare con leggerezza. E poi un precedente penale importante: molestie sessuali su una bambina di 5 anni, parente di Anna Maria.

Riconosciute le aggravanti della premeditazione e della minorata difesa: Anna Maria dormiva, quando la furia omicida l’ha sorpresa nel letto. Esclusa l’aggravante della crudeltà: non bastano cinquanta coltellate per definire un omicidio “crudele”.

Non erano bastate neanche per Marcella Rizzello, la trentenne di Civita Castellana assassinata davanti alla figlia di 13 mesi con trenta fendenti in tutto il corpo. In quel caso, nelle motivazioni, i giudici furono chiari: non è tanto il numero delle coltellate a stabilire la crudeltà dell’omicida, quanto la “volontà di infliggere alla vittima un patimento ulteriore rispetto al mezzo che sarebbe sufficiente a eseguire il reato”.

Anche qui, insomma, il giudice potrebbe aver ritenuto quelle cinquanta coltellate come finalizzate a vincere la resistenza della vittima. Perché Anna Maria avrebbe provato a difendersi: lo direbbero i tagli sulle braccia, usate come argine contro la violenza del suo uomo. Un argine troppo fragile. Crollato sotto il peso di chi voleva piegarla e alla fine ci è riuscito.

Il pm Fabrizio Tucci ha chiesto l’ergastolo. Che nel processo con rito abbreviato diventano trent’anni di reclusione. Matuozzo avrebbe potuto avere l’ergastolo solo se fosse stato chiesto l’ergastolo con isolamento diurno. A quel punto, l’isolamento sarebbe venuto meno per lo sconto di pena, e sarebbe rimasto il carcere a vita. Ma i familiari si dicono soddisfatti. E anche il loro avvocato, Antonio Manganiello: “Il messaggio che doveva passare era quello di una condanna immediata – dichiara il legale di parte civile -. Anche la provvisionale, a nostro avviso, è stata importante. Il risarcimento vero e proprio si stabilirà al processo civile, ma la provvisionale di 50mila euro alla figlia e altri 50mila ai fratelli, era essenziale per dare il segnale che un risarcimento immediato era doveroso. Chi si macchia di crimini come questi deve pagare e subito”.

Stefania Moretti

 


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