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“Tanto in carcere mi ammazzo”

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Il tribunale di Viterbo

Il tribunale di Viterbo

Viterbo – (s.m.) – “Io là dentro m’ammazzo, non mangio più. Me trovate impiccato. M’ammazzo. Mòro”.

Quarant’anni e fuori controllo. La polizia lo ha arrestato domenica perché picchiava la madre e il padre. Ieri P.F. è arrivato a minacciare il suicidio in tribunale quando ha saputo che finirà in carcere. 

“Non sono un delinquente!”, ha gridato in aula. E’ un tossicodipendente cronico. “Ha cominciato a drogarsi a dodici anni e da allora non ne è mai uscito”, racconta il suo avvocato Marco Ambrosini, che lo assiste da anni. P.F., ieri, rispondeva delle gravi accuse di lesioni e maltrattamenti in famiglia. Ma a farlo finire in arresto sono stati anche i calci e pugni ai poliziotti che, chiamati dal padre, hanno cercato di fermarlo mentre alzava le mani sui genitori.

Era la seconda aggressione in due giorni. Anche se P.F. sosteneva il contrario: era il padre a picchiare lui, ha spiegato all’udienza di convalida davanti al giudice Silvia Mattei. Per dimostrarlo, ha esibito delle escoriazioni al braccio che il giudice ha ritenuto insufficienti: l’arrestato ha detto anche di essere caduto. Poteva benissimo essersi ferito accidentalmente.

“Impossibile disporre i domiciliari stanti le instabili condizioni psichiche e l’elevata conflittualità con i genitori – ha concluso il giudice -. L’unica misura idonea è la custodia cautelare in carcere”. Con l’aggiunta di una strettissima sorveglianza del servizio psichiatrico di Mammagialla, perché P.F. ha già tentato il suicidio una volta e potrebbe farlo di nuovo. Minaccia di farlo di nuovo.

Entro due giorni, il medico del penitenziario viterbese dovrà relazionare il giudice sulla compatibilità del 40enne con il regime carcerario. Potrebbe uscire in meno di quarantott’ore; è di entrare in carcere che non vuole saperne. E l’ha urlato con tutta la voce che aveva: “Prendo a capocciate le grate, strillo come un pazzo. Lo sentirete il casino che faccio! Dite grazie a mio padre e mia madre…”. I poliziotti hanno dovuto ammanettarlo, mentre il giudice cercava inutilmente di tranquillizzarlo: “Cerchiamo solo di proteggere lei e la sua famiglia”.

Venerdì sarà affidato l’incarico per la perizia psichiatrica. Ma, per il difensore di P.F., la sua croce è la droga: “Non è mai stato seguito come doveva – dichiara l’avvocato Ambrosini -. Questo è il risultato di vent’anni di mancata assistenza, perché non ha mai trovato una struttura veramente idonea al suo tipo di patologia. Non esistono droghe leggere o pesanti. Tutte le droghe appoltigliano il cervello e il mio cliente è vittima di questa cultura della morte, in un sistema che non distingue tra criminale e malato e che non fa niente per tendere una mano a queste persone. Propagandiamo la liberalizzazione, senza renderci conto che la droga rende schiavi. Un flagello per se stessi e le famiglie“.


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