Viterbo – L’ Unione Europea in una comunicazione del 2014 (EU COM(2014)398 final ‘Towards a circular economy: A zero waste programme for Europe’) sostiene in modo deciso il riciclo e riutilizzo dei rifiuti, incluso l’umido organico, al fine di arrivare ad una drastica riduzione nell’utilizzo delle discariche.
Recuperare valore dai rifiuti e restituirlo alla comunità sotto forma di nuovi prodotti (vedi le filiere già in atto del vetro, della carta, della plastica, dei metalli e del legno) o energia pulita (biometano) e nutrienti per l’agricoltura (il compost).
In termini pratici quello che si vuol favorire è l’ottenimento di ‘nuovi prodotti’ dai rifiuti che siano di beneficio delle comunità che producono i rifiuti stessi. Questo sistema è in verità ‘inattaccabile’: chi avrebbe a che dire nel fatto che si prenda coscienza e responsabilità del rifiuto che viene prodotto e della sua destinazione, specialmente se in virtù di un processo virtuoso di riciclo e riutilizzo?
In realtà il percorso non è semplice perché affronta un sistema complesso che coinvolge il cittadino, gli operatori del settore, il governo del territorio e, nella fase finale tutti coloro che dai ‘nuovi prodotti’ possono avere beneficio più o meno diretto, i cosiddetti ‘enduser’.
Cercherò di far capire che il rischio di fallimento di questa strategia non è certamente tecnico o tecnologico ma sociale e culturale.
Prendiamo ad esempio l’umido organico o Forsu, che il comune di Viterbo inizierà tra poco a differenziare e che molte piccole municipalità della nostra provincia già differenziano da tempo. Il modello di economia circolare qui si applicherebbe perfettamente. Si consideri che dei 500 (circa) kg di rifiuti che ciascun cittadino produce annualmente, un terzo è umido organico, cioè rifiuti dal consumo alimentare domestico; dagli scarti della piccola e grande distribuzione, delle mense, dei ristoranti etc.
Ma come definiamo alternativamente la Forsu? Diciamo che è tutto quello che eliminiamo e non consumiamo della produzione agricola primaria che attraverso l’industria agroalimentare viene spostata dalle aree di produzione ai luoghi di consumo, i centri urbani.
Nelle antiche comunità rurali questi rifiuti rientravano immediatamente nelle varie fasi della produzione agricola primaria e delle attività aziendali. Si pensi alla produzione di calore attraverso la bruciatura dei residui legnosi e anche dei residui organici (la bruciatura dello sterco animale è una delle pratiche più antiche in molte comunità rurali), alla produzione di letame, e quindi di concime organico, per la fertilizzazione di fondo dei terreni agricoli, gli stessi terreni che producevano gli alimenti che venivano consumati in loco e producevano residui… insomma un sistema olistico pienamente circolare.
La delocalizzazione tra produzione primaria (agricola) e consumo ha determinato un corto circuito in questo sistema circolare.
Non esistono barriere tecniche o tecnologiche alla realizzazione di una economia circolare della Forsu: si può produrre energia e calore dai residui organici attraverso sistemi di fermentazione anaerobica assolutamente efficaci, sicuri e sostenibili. Si può produrre sufficiente biocombustibile da mandare avanti tutta la mobilità pubblica delle municipalità. Contemporaneamente si può produrre compost di altissima qualità capace di sostituire la fertilizzazione chimica (costosa e inquinante) fino al 100%, restituendo ai terreni i nutrienti consumati nelle fasi di produzione. Tutto questo ci farà inquinare di meno l’aria, l’acqua e il suolo sostituendo un sistema energivoro con uno ad alta efficienza e sostenibilità.
E allora dove sta il problema? Beh il problema è che tutto questo viene male comunicato, condiviso e pianificato con il cittadino. Il problema è che questo sistema virtuoso deve e può essere realizzato senza creare difficoltà alla vita quotidiana se non quelle della piena responsabilità nella produzione e riciclo del rifiuto da parte del cittadino.
Il cittadino ha chiari doveri: primo fra tutti la consapevolezza che il riciclo e riutilizzo del rifiuto e che l’ottenimento di prodotti di qualità dipende dalla accuratezza nella differenziazione a monte e quindi da parte delle famiglie. Il cittadino ha anche il diritto/dovere di informarsi ed essere informato sulla filiera, i processi di riciclo, i benefici e i rischi se identificabili.
Ma il cittadino ha anche il pieno diritto di pretendere che l’ulteriore sforzo posto nella differenziazione del rifiuto non venga da lui percepito solo come una imposizione a cascata dalla Unione Europea ai governi del territorio, ma altresì come una opportunità di avere migliori servizi, un ambiente più sano, dei benefici diretti in termini di prodotti di ritorno, quali ad esempio l’energia o prodotti agricoli più sani e certificati da una filiera virtuosa.
Da parte dei governi locali ci sono solo doveri: il dovere di impegnarsi nella elaborazione di un piano regionale dei rifiuti che preveda la realizzazione di una rete di grande, media e piccola impiantistica sufficiente a riciclare la Forsu prodotta sul territorio regionale possibilmente con distanza di conferimento non superiori ai 50 km; il dovere di informare i cittadini in termini obbiettivi e di condividere con loro le scelte e la seguente pianificazione; il dovere di chiarire e definire obblighi e benefici; il dovere di garantire la trasparenza nella gestione degli operatori del settore e che le migliori tecnologie e ‘best practices’ vengano usate nell’impiantistica dedicata al riciclo e trasformazione del residuo organico; il dovere di stabilire con trasparenza le tariffe e la possibilità di agevolazioni a fronte di una migliore qualità del differenziato etc.
Ma soprattutto il dovere di individuare in maniera oculata e scevra da condizionamenti, le aree dove la nuova impiantistica deve essere realizzata e, di seguito, rendere tali aree autorizzabili in tempi consoni per la costruzione degli impianti. I nuovi impianti dovranno essere situati in aree non soggette a vincoli paesaggistici, naturalistici e storico-culturali, facilmente raggiungibili dai mezzi di trasporto senza recare disagio alla cittadinanza per quanto riguarda rumori, emissioni odorigene etc.
Basta un errore e il sistema virtuoso prima descritto rischia di fallire.
L’assenza di impiantistica a fronte della raccolta differenziata delle Forsu è il primo paradosso. Al momento in provincia di Viterbo non esiste un impianto di conferimento. Le municipalità conferiscono tutte fuori Regione (a meno di piccolissime frazioni) con accordi temporanei e incerti dal momento che gli impianti più prossimi di Umbria e Toscana dovranno in tempi brevi rispondere prioritariamente alla domanda delle proprie regioni. A quel punto cosa ne faremo della Forsu prodotta?
L’unico impianto presente nel Viterbese era Tuscia Ambiente a Tuscania. L’impianto, di vecchissima generazione, ha cessato l’attività diversi mesi fa e al suo posto è stato autorizzato da tempo dalla Regione un impianto da 60.000 tonnellate, purtroppo non di ultima generazione ma, certamente, sufficiente a rispondere alle esigenze della provincia.
E qui arriviamo al secondo punto critico. L’impianto di Tuscia Ambiente è mal localizzato, troppo vicino alla centro urbano, e rende obbligato, a meno della realizzazione di una rete stradale dedicata, il transito dei camion che trasportano la Forsu provenienti da Nord e Est dentro il circuito cittadino di Tuscania. Tutto ciò con ovvie conseguenze per quanto riguarda le emissioni odorigene e il disagio per i cittadini. Questa situazione è ben chiara ai cittadini di Tuscania che hanno legittimamente organizzato comitati spontanei contro la realizzazione del nuovo impianto.
E’ il classico esempio di come una progettualità virtuosa come quella di un impianto di produzione di compost e energia rischia di fallire, non per una rimostranza legittima della cittadinanza, né per caratteristiche di impiantistica non consone, ma per una localizzazione all’origine assolutamente inadeguata e che, tra l’altro, i cittadini hanno dovuto subire senza una preventiva condivisione.
Quindi, mentre la definizione di una strategia può essere assolutamente condivisibile e virtuosa, la sua applicazione su un territorio può renderla un grosso problema e un ostacolo alla sua auspicabile condivisione sociale.
I governi del territorio, a partire da quello regionale, devono necessariamente considerare questi fattori in fase di individuazione delle reti di impiantistica destinati alla gestione del rifiuto organico al fine di garantire una filiera a Km 0 senza creare disturbo alla cittadinanza, anzi garantendo migliori tariffe e servizi.
Andrea Vannini
Dibaf – Università degli Studi della Tuscia
