Roma – Riceviamo e pubblichiamo – Colpisce la grande quantità e la notevole varietà di beni archeologici e artistici che i carabinieri dalla stazione Monte Mario hanno scoperto e sequestrato in una abitazione a Roma. Terminato il blitz, ora comincia la fase più difficile. Quella di identificazione della provenienza dei beni sequestrati.
Solo per una parte di essi sarà un’operazione relativamente facile. Trattandosi, infatti, di opere d’arte trafugate in chiese o musei, il furto era già stato all’epoca denunciato e quindi le forze dell’ordine hanno a disposizione nel loro archivio una denuncia, con foto e dati di identificazione.
Molto più complicato è, al contrario, dimostrare la provenienza illecita dei reperti archeologici se provengono da scavi clandestini. In questo caso, infatti, essi passano dal terreno alle mani degli scavatori clandestini e poi – direttamente o attraverso degli intermediari – fino a quelle degli acquirenti finali. Pertanto si tratta di oggetti mai censiti dallo Stato, per i quali non esiste nessuna documentazione ufficiale, né foto, né numero di identificazione, né descrizione.
E benché per legge tutti i reperti provenienti dal territorio nazionale appartengano di diritto allo Stato, tuttavia se si tratta di oggetti ignoti fino al momento del sequestro, come è possibile dimostrarne in tribunale la provenienza e quindi la proprietà statale?
Ricostruire l’origine di questi reperti e fornire agli inquirenti prove tecnicamente valide della loro provenienza illecita è un lavoro molto complesso, che richiede un insieme di competenze specifiche sia archeologiche (dalla classificazione, all’inquadramento culturale, cronologico e geografico del contesto di produzione), sia scientifiche (come la composizione chimico-fisica dei materiali, l’analisi di eventuali residui di terreno ecc.), sia criminologiche (rilevare elementi collegabili al modus operandi degli scavatori clandestini).
Sembra quasi di descrivere un incrocio tra un Indiana Jones e un esperto dei Ris.
E che sia difficile trovare un singolo professionista dei beni culturali che riunisca in sé tutte queste competenze lo prova il fatto che, in questo come in molti casi analoghi, per venirne a capo la Procura della Repubblica ha dovuto nominare un pull di consulenti tecnici con diverse specializzazioni.
Eppure non è affatto raro che un magistrato si trovi a dover nominare un consulente tecnico esperto in materia. Se l’Italia è, infatti, uno dei paesi al mondo più razziati dai cosiddetti “tombaroli” e dai ladri d’arte, per fortuna è anche il Paese con le forze di polizia più all’avanguardia nella repressione del fenomeno, con i numerosi sequestri e i processi penali e civili che ne conseguono.
Formarsi e professionalizzarsi nell’ambito delle perizie giudiziarie e poter operare come consulente degli inquirenti costituirebbe, quindi, una reale opportunità di lavoro e di crescita professionale non solo per gli archeologi, ma anche per gli storici dell’arte, gli archivisti, i bibliotecari e per le altre figure del settore dei beni culturali.
Ritornando al caso in questione, se ne volessimo fare un “case study”, avendo a disposizione anche solo l’elenco dei beni sequestrati, già potremmo focalizzare l’attenzione su due dati.
Il primo è che, in un momento storico in cui molti collezionisti sfruttano le infinite opportunità della rete e della globalizzazione per procurarsi opere anche da lunghissime distanze, cercando di nascondersi dietro la deregulation di internet e dietro paesi con le leggi a loro favorevoli, in questo caso ci troviamo davanti invece ad un sequestro effettuato a Roma di opere d’arte rubate prevalentemente nella Tuscia e nel resto del Lazio, in Umbria, Marche, Abruzzo e Toscana. Ciò sembra indicare un modus operandi che privilegia il breve-medio raggio di azione, riducendo il numero di passaggi di mano in mano e il conseguente rischio di lasciare tracce informatiche e finanziarie.
Il secondo dato che colpisce è che una grande quantità di reperti archeologici risulterebbe costituita da oggetti metallici, tra cui monete e anelli, ma anche borchie e persino semplici chiodi, cioè oggetti di nessun valore estetico.
Tali caratteristiche, come pure più in generale la natura molto ecclettica di tutta la “collezione” sequestrata, appaiono molto indicative dei possibili sistemi e dei canali di rifornimento: non scavi clandestini mirati, fatti dai classici “tombaroli”, cioè da manovalanza criminale esperta che mira al pesce grosso, sapendo già dove cercare e come poi piazzare il prodotto sul mercato internazionale, ma, piuttosto, un’azione più grossolana, una pesca da rete a strascico, una raccolta di tutto il reperibile fatta da gente con conoscenze e tecniche senz’altro poco affinate ma con tecnologie all’avanguardia, come i tanti “pseudo-appassionati” che purtroppo imperversano sempre più pericolosamente nelle nostre campagne armati di metal detector, approfittando di una legislazione di tutela del patrimonio culturale che in Italia ha sempre stentato a tenere il passo con le armi di cui si dotavano i suoi nemici.
Tsao Cevoli
Archeologo
Direttore del master “Archeologia giudiziaria
e crimini contro il patrimonio culturale”
del centro studi criminologici di Viterbo



