Viterbo – Ex paziente perseguita infermiera, a giudizio per stalking.
Alcuni anni fa, nel 2008, un 65enne viene ricoverato nel reparto di chirurgia generale oncologica per sottoporsi a un delicato intervento. In quell’occasione l’uomo, vedovo ed ex meccanico in pensione, conosce una delle infermiere del reparto e non riesce più a togliersela dalla testa.
Al punto di ricevere dalla donna, trent’anni più giovane di lui, non una, ma addirittura tre denunce.
La prima gli è valsa già una condanna a un anno per stalking, che sta tuttora scontando in carcere. Ma quando era ancora libero l’infermiera lo ha querelato altre due volte.
Ieri mattina, di fronte al giudice Rita Cialoni, si è celebrato il processo nato dalla seconda denuncia. L’accusa è sempre di stalking per dei fatti relativi a un periodo di circa sei mesi: dalla metà di agosto del 2011 alla fine di gennaio del 2012.
Settimane in cui il 65enne di Vallerano, secondo l’accusa, avrebbe fatto recapitare a casa della ragazza lettere dal contenuto ambiguo e a tratti minatorio, l’avrebbe cercata nel reparto in cui lavorava e seguita con la macchina da casa a Belcolle più di una volta.
“Alcuni colleghi mi hanno riferito che chiamava in ospedale per chiedere di me – racconta la 36enne in aula -. Diceva un nome falso oppure di essere un mio amico, ma voleva sempre informazioni sui miei turni. Spesso lo trovavo a girovagare nel parcheggio di Belcolle oppure lo incrociavo nel tragitto che facevo in macchina da casa al lavoro. In un’occasione, guidava nel senso di marcia opposto dal mio e quando mi ha visto ha fatto inversione per seguirmi”.
Una presenza costante che però non culminava mai in un contatto diretto.
“L’unica volta che ci ho parlato – continua – era insieme ai nostri avvocati, quando promise di lasciarmi in pace. Ma così non ha fatto. Io ho paura, sono stata costretta a cambiare le mie abitudini, non riesco più ad avere un rapporto sereno con i miei pazienti, non prendo più un caffè con i colleghi a fine turno. Per non parlare dei miei parenti: mio padre ci è morto per questo dispiacere, mia madre, che è cardiopatica, si è aggravata esponenzialmente”.
Ciò che l’infermiera non riesce a spiegarsi è il motivo di questi appostamenti continui.
“Quando era ricoverato – prosegue la ragazza – mi sembrava una persona molto cordiale. Avevo parlato anche con sua figlia che ha più o meno la mia età e niente mi aveva fatto pensare che potesse arrivare a perseguitarmi così. Quando ho saputo che si era ripreso dopo l’intervento ero contenta per lui, sinceramente, come per tutti i pazienti. Ma non capisco perché questa ossessione”.
Il 65enne è stato visto a Belcolle molte volte e da persone diverse. Sia una collega dell’infermiera che uno dei vigilantes dell’ospedale hanno confermato di fronte al giudice di averlo notato più volte in reparto e nel parcheggio. “In corsia – ha sottolineato una collega della 36enne – è venuto in diverse occasioni chiedendo di pazienti ricoverati in realtà inesistenti. Finché un giorno, in quel caso in una telefonata in cui chiedeva di lei, gli ho urlato di smetterla e lui ha subito attaccato”.
L’incubo, ora che il 65enne è in carcere, è finito. Ma tra pochi mesi l’ex meccanico tornerà di nuovo in libertà. Molto probabilmente prima ancora della prossima udienza del processo che il giudice ha fissato a maggio.
E l’infermiera teme nuovi fastidi. “Sto cercando di andare avanti – conclude – ma questa storia è mortificante e umiliante. Mi sento in colpa per dover far stare in pensiero i miei cari. Non dormo più tranquilla. Ho paura”.
Francesca Buzzi
