Viterbo – E’ fissata per martedì 13, ore 14,30, l’audizione dei magistrati viterbesi in commissione antimafia.
Davanti ai parlamentari, a Palazzo San Macuto a Roma, sono convocati il procuratore capo Alberto Pazienti e il pm Renzo Petroselli, titolare dell’inchiesta sulla morte di Attilio Manca.
Il giovane medico siciliano, in servizio a Belcolle, fu trovato morto nella sua casa al quartiere della Grotticella nel febbraio 2004. Aveva 35 anni.
A ucciderlo fu l’effetto combinato di eroina, alcolici e sedativi. Dopo tre richieste di archiviazione, la procura di Viterbo ha rinviato a giudizio Monica Mileti, cinquantenne romana, additata come la pusher che ha ceduto ad Attilio la dose di eroina che lo ha ucciso. Attualmente, è l’unica imputata al processo per la morte del medico. Un “processo-farsa”, come lo hanno più volte definito i familiari di Manca, esclusi di recente come parte civile.
Per loro, dietro la morte di Attilio c’è il disegno criminale di esponenti della mafia che lo hanno voluto eliminare perché ‘testimone scomodo’ dell’operazione a Bernardo Provenzano.
Un enigma, il caso Manca, alimentato anche e soprattutto dal fatto che le posizioni di procura e familiari non hanno mai combaciato su nulla. A cominciare dalla dinamica della morte.
Attilio era mancino e aveva buchi sul braccio sinistro. Per i familiari è impossibile che se li sia fatti da solo, mentre la procura sostiene che, da chirurgo esperto, sapesse usare bene anche la mano destra. Quanto alle siringhe, per gli inquirenti che le hanno fatte analizzare dopo otto anni, le impronte non sarebbero rilevabili. Un assurdo, a detta dei familiari che sottolineano come avrebbero dovuto esserci almeno quelle di Attilio, se fosse vero che è stato lui a iniettarsi la dose letale di eroina; se non sono rilevabili, per i Manca può solo significare che qualcuno le ha fatte sparire o indossava dei guanti.
C’è il setto nasale rotto, che per gli inquirenti non lo è stato mai. Il sangue sul piumone dov’era riverso Attilio, derivato da una possibile colluttazione con i killer, per la famiglia Manca, mentre la procura lo collega all’edema polmonare.
Ci sono le telefonate. L’ultima di Attilio, il giorno prima di morire, non compare nei tabulati, mentre per quella dalla Francia, nell’ottobre 2003, in coincidenza con l’operazione di Provenzano a Marsiglia, i tabulati non sarebbero nemmeno stati richiesti. Il procuratore capo di Viterbo Alberto Pazienti e il pm Renzo Petroselli hanno respinto duramente l’accusa di aver ‘fatto sparire telefonate’ dai tabulati, alla conferenza indetta nel 2011, alla chiusura delle indagini.
E si arriva alla famosa “pista Provenzano” sulla quale i familiari insistono, appigliandosi a quella telefonata dalla Francia, a una possibile presenza del boss nella Tuscia, alle dichiarazioni di esponenti della criminalità come Francesco Pastoia e lo stesso Giuseppe Setola, fresco di ritrattazione. I pm di Viterbo rispondono che anche altre procure si erano occupate del caso Manca. Procure antimafia come la Dda di Messina, che archiviò la pista mafiosa e rimandò gli atti a Viterbo con elementi in più per indagare sul fronte dello spaccio. E gli stessi magistrati romani Giuseppe Pignatone e Michele Prestipino, proprio davanti alla commissione antimafia, liquidarono in pochi minuti il caso Manca, sostenendo che non ci fosse traccia del giovane urologo nell’operazione a Provenzano.
Solo solo alcuni punti della vicenda Manca sui quali non c’è mai stata identità di vedute tra procura e familiari.
La commissione antimafia presieduta da Rosy Bindi vuole vederci più chiaro. Per questo, ha messo in calendario l’audizione dei magistrati viterbesi per martedì.


