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“Soldi per il consorzio, non per Lanzi”

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Appaltopoli in aula, il processo Genio e sregolatezza

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Genio e sregolatezza, la perquisizione dei forestali al Genio civile di Viterbo

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Viterbo – Un appoggio. Un gancio.
Una specie di spalla su cui contare per presentare le offerte e avere gli appalti.

Questo era Roberto Lanzi per gli imprenditori di “Genio e sregolatezza”. Nel teatrino dell’appaltopoli viterbese, il ruolo di burattinaio, sin da subito attribuito al funzionario del Genio civile, esce fortemente ridimensionato dalle parole di Daniela Chiavarino e Roberto Tomassetti.

I due imprenditori sono usciti col patteggiamento dall’indagine della forestale “Genio e sregolatezza”, sulla ventina di gare pilotate a Viterbo e provincia. Ieri hanno testimoniato al processo contro gli altri loro colleghi imprenditori. Imputati anche un paio di ex amministratori. E, naturalmente, Lanzi e la collega Gabriela Annesi. Ma, come sempre, si parla molto più di lui che di lei. 

Per i pm Stefano D’Arma e Fabrizio Tucci, Lanzi ricopriva due ruoli a dir poco stridenti. Da un lato, come funzionario del Genio civile, smaltiva la burocrazia degli appalti per i piccoli comuni. Dall’altro, era direttore del Consorzio Cost, nato nel 2008 per unire le forze imprenditoriali locali in vista del nuovo aeroporto viterbese. In pratica, un ibrido: contemporaneamente al servizio di pubbliche amministrazioni e privati.

Conflitto di interessi? Agli imprenditori non sembra. “Lanzi aveva il ruolo di aiutarci – spiega Daniela Chiavarino -. Come direttore del Cost, se poteva ci avrebbe favorito, nel senso lecito del termine”. “Passare per lui era tassativo”, aggiunge l‘imprenditrice di Celleno. Ma se in uno dei vecchi interrogatori intendeva che “lui, poi, era il valore aggiunto che dava quella possibilità in più di aggiudicarsi il lavoro”, oggi ritocca le parole: “era tassativo passare per lui perché era l’unica persona preposta in quell’ufficio”. 

Tomassetti più o meno conferma: “Il fatto che Lanzi fosse in commissione, per noi, era garanzia di aggiudicazione. Ma non sapevamo a priori se c’era o no”.

Gli imprenditori smentiscono le tangenti al funzionario del Genio: erano “somme da erogare al consorzio” e mai erogate, anche se c’erano altri costi, come l’affitto dei locali della sede e lo stesso compenso di Lanzi come direttore. Voci pesanti nei bilanci di aziende, che avevano fatto lamentare più di un imprenditore.

Se Chiavarino ribadisce che Lanzi non le ha mai chiesto un centesimo, Tomassetti parla di almeno un incontro, anche in presenza dell’imprenditrice, con il funzionario del Genio che chiedeva soldi. Presumibilmente per il consorzio. 

Quanto agli imprenditori, più che “accordarsi”, come ritiene l’accusa, si “confrontavano”: per Daniela Chiavarino era naturale. “Ci conoscevamo tutti. Ci si confrontava sulle offerte anche per evitare l’invasione di imprese meridionali che sparavano ribassi impossibili”.

Per tutta la prima parte dell’udienza è stato ancora scontro sulle intercettazioni. Le difese contestano su tutto le trascrizioni dei periti del tribunale: programma utilizzato, tracce poco comprensibili, uso di appunti della polizia giudiziaria per identificare gli interlocutori. Al consulente della difesa dell’imprenditore tarquiniese Luca Amedeo Girotti non tornano neanche alcune frasi. Come quel categorico “La gara s’ha da piglia’…” che, per il consulente, è una frase incomprensibile.

Gli avvocati chiedono una nuova perizia. Il tribunale deciderà.


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