Viterbo – Muro delle difese contro il rito immediato.
Gli avvocati dei presunti spacciatori del centro storico contestano il processo subito ai loro assistiti, senza transitare per l’udienza preliminare.
È la naturale evoluzione in aula del blitz “Babele” di carabinieri e finanza: 33 persone in arresto a maggio per un traffico di droga ramificato in tutto il centro storico, tra San Faustino e San Pellegrino. Con una divisione precisa dei ruoli: San Faustino ai dominicani e San Pellegrino ai tunisini, con il contributo di una decina di viterbesi all’attività di spaccio e consumo di stupefacenti.
Una ferita aperta nel cuore della città, secondo le indagini del pm Paola Conti che, per molti, ha già chiuso il capitolo con una lunga serie di patteggiamenti.
Adesso, le difese dei cinque imputati dal processo veloce si scagliano sul decreto di giudizio immediato. “Impreciso”, secondo gli avvocati Fabrizio Ceccarelli e Samuele De Santis perché non conterrebbe avvisi a garanzia degli imputati, come la possibilità di chiedere riti alternativi. E poi non sarebbe stato tradotto nella lingua madre dei sette imputati dominicani che, a detta delle difese, non parlano italiano. Sollevata anche la questione dell’ipotesi lieve di spaccio.
Su tutte le richieste, il giudice Eugenio Turco si pronuncerà il 12 febbraio. Se dovesse accoglierle, il rito immediato sarebbe spazzato via, per tornare indietro all’udienza preliminare.

