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“Ho detto non canto più e quindi non canto più…”

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Francesco Guccini al San Leonardo

Francesco Guccini al San Leonardo

Francesco Guccini al San Leonardo

Francesco Guccini al San Leonardo

Francesco Guccini al San Leonardo con Loriano Macchiavelli

Francesco Guccini al San Leonardo con Loriano Macchiavelli

Francesco Guccini

Francesco Guccini 

Loriano Macchiavelli, Fabio Stassi e Francesco Guccini

Loriano Macchiavelli, Fabio Stassi e Francesco Guccini

Lo scrittore viterbese Fabio Stassi

Lo scrittore viterbese Fabio Stassi

Loriano Macchiavelli

Loriano Macchiavelli 

Andrea Baffo

Andrea Baffo 

Viterbo - Il pubblico al teatro San Leonardo

Viterbo – Il pubblico al teatro San Leonardo 

Il sindaco di Viterbo, Leonardo Michelini

Il sindaco di Viterbo, Leonardo Michelini 

Viterbo -“Ho detto non canto più e quindi non canto più…”  (fotocronaca  –  slide  –  video).

Dalla veste di cantautore a quella di scrittore. E’ un Francesco Guccini per alcuni versi inedito quello che, sul palco del teatro san Leonardo a Viterbo, ha presentato il suo libro La pioggia fa sul serio. Romanzo di frane e delitti, giallo scritto a quattro mani insieme a Loriano Macchiavelli. Entrambi ospiti dell’iniziativa organizzata da Caffeina festival hanno parlato della loro opera di fronte a un numeroso pubblico, oltre 400 persone. A intervistarli lo scrittore viterbese Fabio Stassi.

Una coppia collaudata da una lunga amicizia nata tra Bologna e la canzone. Un’intesa letteraria basata sulla passione per i gialli. Macchiavelli e Guccini hanno strappato sorrisi nel raccontare l’opera tra battute, aneddoti e parole in libertà. Giusto per rompere il ghiaccio.

E di ghiaccio ha subito parlato Guccini. “Il gelo di Viterbo – ha esordito il cantautore – mi ricorda quello della mia casa nelle montagne quando la stufa a pellet non funziona e ci lascia al freddo. O quando va via la corrente e non funzionano i riscaldamenti. Questo essere al gelo, mi ricorda le mie giornate viterbesi. Qui sul palco, mi hanno messo una stufetta – ha detto indicandola al pubblico – che mi cuoce il lato sinistro, per cui, tra un po’, mi girerò come pollo sullo spiedo per rosolare anche l’altra parte. I locali grandi si riscaldano e mi auguro che da voi non sia sempre così”.

I due autori hanno scritto insieme sette libri. Un sodalizio letterario, come lo definiscono, che dura da 20 anni, “Potremmo anche sposarci”, ha detto Macchiavelli riferendosi a questa collaborazione.

Giornate di lavoro che vanno a finire sempre in trattoria. “Ci siamo incontrati a una manifestazione letteraria a Viareggio – racconta Guccini -. In quella occasione, parlai a Loriano di una storia che si raccontava nel mio paese su un prete trovato morto nella gora di un mulino che funzionava con l’acqua di un fosso. Il prete aveva fatto voto di castità, ma era uno che beveva e quindi sarebbe caduto e annegato proprio lì, dove l’acqua era davvero poca. La cosa, in seguito, fu messa a tacere. Ma io volevo scriverne e rivelare la verità grazie a una frase finale durante una partita di carte”.

E Macchiavelli: “Antonio Franchini di Mondadori si disse interessato e mi suggerì di scriverla insieme a Francesco. Il risultato è “Macaronì”. Guccini aggiunge: “E’ andato bene e da lì ne abbiamo fatti altri 5 di libri insieme. Da allora, ci dividiamo i compiti: io – continua il cantautore – scrivo il titolo e Loriano fa tutto il resto. L’idea di partenza è di solito la mia, poi iniziamo a parlare e alla fine decidiamo di partire. Stendiamo i capitoli e ce li scambiamo. Io poi – continua ironico – scrivo 5 pagine, lui – dice indicando Macchiavelli – 10, 15 o anche 26, perché è molto prolifico. E fantasioso”. Sempre sulla collaborazione. “Ho chiamato il protagonista del nostro libro, Poiana, che dalle mie parti sono gli assi messi a punta, come il becco dell’uccello, che si mettono di fronte allo spazzaneve. Loriano ci ha aggiunto che il soprannome derivava dal nonno che un tempo veniva chiamato così e ci ha fatto una storia intorno… ma, dico io, che gliene frega al lettore di questa cosa. Tengo a precisare poi che di quanto scrive Loriano, io non tocco una virgola, mentre lui alla fine mi cambia tutto”. Schermaglie che strappano risate al pubblico”.

Dalle loro mani nasce il cosiddetto “giallo appenninico” sullo sfondo delle montagne. “La montagna ci lega – racconta Macchiavelli – visto che ci siamo nati entrambi e che tutti e due la amiamo molto”. Aggiunge Guccini: “I gialli hanno una struttura con una trama, false piste e la risoluzione finale. Ma sono anche contenitori e nei nostri c’è proprio la montagna, la sua crisi, lo spopolamento e le frane. L’incuria e l’abbandono da parte delle isitituzioni”.

I loro personaggi hanno un filo diretto con la realtà. “Usiamo nomi di persone che esistono – spiega Guccini – come Marco Gherardini, protagonista della “Pioggia” che però non è un ispettore della forestale, ma un mio amico che ha un negozio di stufe. Su di lui, eravamo felici di aver creato un personaggio fuori dalla casistica degli investigatori, scegliendo un agente della forestale. Poi è arrivato Terence Hill a cavallo e ci ha fregato –  scherza Guccini riferendosi alla fiction televisiva A un passo dal cielo -. Noi però siamo arrivati primi”. Quindi Macchiavelli: “La letteratura deve essere antagonista al cinema e alla televisione per evitare di farsi delle idee che limitino la fantasia. Deve avere una vota autonoma”.

Non sono mancati spunti sull’agricoltura, le castagne e il cinipide. Ma anche il dialetto. “Usiamo parole come squasso – dice Macchiavelli -, girottare, sfunziga o ravanare, perché non è facile trovare corrispondente italiano che dia lo stesso effetto. Per esempio “sgombei”, in italiano è scompiglio, ma tradotto non dà l’idea di casino totale che c’è nell’originale”.

Un’ora e mezza in cui il pubblico ha potuto apprezzare il botta-risposta ironico tra i due autori. In perfetto stile Raimondo Vianello e Sandra Mondaini.

Alla fine, c’è anche chi ha chiesto a Guccini di cantare. Lui ha chiuso gli occhi e con il dito indice ha detto no. “Non “tanto” più – ha concluso -. Una frase che ho detto a 4 anni e che ripeto oggi. All’epoca, non avevo soltanto la “r” arrotata, come adesso, ma non pronunciavo nemmeno la “c” e dicevo “t”. Un mio parente aveva una matita con su scritto “Coca cola”. Io la volevo tantissimo e lui mi diceva che, se avessi pronunciato bene, me l’avrebbe data. A me, però, usciva sempre “Tota Tola”. E mi ci sforzavo sforzavo.

Lo stesso accadde durante la messa di mezzanotte del Natale del ’44, quando i frugoletti di Pavana, che è la mia città, cantavano ai piedi del Presepe. Mia mamma mi aveva insegnato una canzoncina. Ma io non la facevo bene sempre per questo problema e, da grande professionista quale ero già allora, dissi “Non la tanto più…”.

Applauso in sala. “Arrivarono mia madre e il prete per convincermi e io ripetevo che non l’avrei “tantata”. Il sacerdote cercò di convincermi con un santino, dicendo che me lo avrebbe regalato se avessi cantato. Io, combattuto perché il santino era bello, gli ho detto che a casa ne avevo tanti. E da lì non ho più cantato. Ora, da vecchio che sono, non posso cambiare questa mia caratteristica. Ho detto non canto più e quindi – ha concluso ripetendo – non canto più”.

Paola Pierdomenico


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