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Giovanni aggredito a pugni e sprangate otto anni fa

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Giovanni Di Meo

Giovanni Di Meo

Giovanni Di Meo

Giovanni Di Meo

Il post del padre, Stefano Di Meo, su Facebook

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Stefano Di Meo

Stefano Di Meo

Maria D'Alessandro

Maria D’Alessandro 

Fabrica di Roma – Un biglietto inutile, prima di respirare il gas.

Si è ucciso così Giovanni Di Meo. Come in una canzone dei Baustelle, gruppo musicale che ha largo seguito tra i giovani e che forse anche lui, da giovane quale era, apprezzava.

Giovanni ha smesso di vivere ieri, a 27 anni, lasciando un enorme vuoto nella sua famiglia e un intero paese stravolto.

Con i suoi viveva a Fabrica di Roma. Una famiglia conosciuta, la sua: i genitori, Stefano Di Meo e Maria D’Alessandro, sono stati per anni impegnati in politica. Lui ex assessore provinciale, lei ex consigliere comunale a Civita per il gruppo dei Comunisti Italiani.

Proprio il movente politico, nel 2007, fu tra le prime piste battute dagli inquirenti quando Giovanni fu aggredito, all’uscita da una discoteca.

15 luglio 2007. Una serata d’estate a ballare con gli amici finita male. Malissimo: setto nasale e mandibola spaccati a pugni e sprangate. La corsa all’ospedale Belcolle e 40 giorni di prognosi. Le fratture furono ricomposte con così tanta cura e professionalità dai medici del reparto maxillofacciale da spingere il padre Stefano a scrivere una lettera ai giornali per ringraziare.

Un pestaggio feroce e furioso, che fece dire all’ex consigliere provinciale Riccardo Fortuna che Giovanni era stato “letteralmente massacrato, ma coraggioso e forte nell’affrontare l’inspiegabile violenza di cui è stato oggetto”.

La stessa forza, Giovanni non l’ha avuta ieri, quando ha deciso di chiudersi in macchina e lasciarsi asfissiare dal gas di scarico. I genitori lo cercavano dalla mattina. Giovanni è stato trovato nel primo pomeriggio, in macchina, senza vita.

Le sue ultime parole, le ha scritte in un biglietto: “Potete prendervi il mio cash, la mia libertà, la mia casa, la mia vita, la mia identità, potete darmi anche un lavoro o risolvere i miei guai, giuro sulla pelle, non mi avrete mai”.

Troppa rabbia per un ragazzo tranquillo, come tutti lo avevano sempre conosciuto. Gli amici. Il lavoro in un bar a piazza Navona. Niente che gli mancasse, apparentemente. O forse sì.

Il padre Stefano ha affidato la sua disperazione a Facebook: “Hai smesso di lottare e il mio dolore è immenso. Nella vita è normale quando un figlio accompagna il padre, atroce è l’inverso. Non so se riuscirò a portare questa croce. I figli sono pezzi di cuore e oggi insieme a te è morto un pezzo del mio cuore. Addio figlio mio. Ti ho amato e ti amerò per sempre”.


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