Viterbo – Sarebbero quattro i medici attualmente indagati per la morte di Carmine Schiavone. Lo hanno appreso i legali della famiglia, dopo l’esposto presentato dal figlio del pentito.
“Da quello che sappiamo si tratterebbe di quattro chirurghi – afferma l’avvocato Luigi Ferrone -. L’esposto del figlio di Schiavone non presentava accuse specifiche nei confronti dei medici di Belcolle. Si è trattato semplicemente di una richiesta di chiarimento. Così come, riteniamo, stia procedendo la procura. L’avviso di garanzia, lo dice la parola stessa, è un atto a garanzia degli indagati, che vanno messi in condizione di partecipare agli accertamenti in corso con i propri consulenti”.
Cautela è la parola d’ordine in queste ore. Dalla procura di via Falcone e Borsellino, bocche cucite, mentre gli accertamenti vanno avanti senza sosta.
Ieri l’autopsia, disposta dal pm Franco Pacifici, è durata ore. Iniziata in mattinata, è proseguita fino al tardo pomeriggio. Niente di diverso da cause di morte naturale, stando a indiscrezioni sulle primissime analisi, eseguite ieri al cimitero San Lazzaro di Viterbo. Ma agli accertamenti di ieri ne seguiranno altri.
Nulla viene lasciato al caso. Ai parenti è stato fatto fare un doppio riconoscimento del corpo. L’autopsia sarebbe stata preceduta da una tac cadaverica. Una tecnica sperimentata a Viterbo con il recente caso di un neonato morto prima di nascere e con poche altre vicende. Un esame che serve a fotografare lo stato in cui si trova la salma prima di qualunque accertamento medico-legale, per avere un’ulteriore testimonianza delle condizioni in cui versava il cadavere prima dell’autopsia.
La cautela nasce anche dalla particolarità del caso. Carmine Schiavone era un collaboratore di giustizia, animatore, con le sue dichiarazioni, del maxiprocesso Spartacus ai Casalesi. Troppo facile addensare ombre nere sulla sua morte. Più di qualcuno ha provato fin dalla prima ora a lanciarsi in congetture senza prove su un omicidio con mandanti, mentre gli inquirenti lavorano nel silenzio per accertare la verità.
Non chiacchiere, ma indagini approfondite e puntuali chiariranno come e perché il cuore di Schiavone si è fermato domenica mattina.
A Belcolle, il 71enne, ex cassiere del clan dei Casalesi, era arrivato il 10 febbraio, dopo un incidente domestico mentre era a casa con la moglie. Era salito sul tetto per una piccola riparazione. Un piede in fallo e la caduta nel vuoto. Niente di grave, almeno all’apparenza: si era rotto un peduncolo di una vertebra. Lesione sicuramente non mortale, almeno in genere. Lo stesso Schiavone, operato all’inizio della scorsa settimana, sembrava aver superato brillantemente l’intervento. Giovedì si era alzato dal letto. Tre giorni dopo, la morte a Belcolle.
Che le sue condizioni di salute non fossero buone, si sapeva: Schiavone soffriva di cuore.
Mezz’ora dopo il decesso, gli investigatori avevano già sequestrato la cartella clinica e i registri infermieristici per fotografare il quadro clinico del pentito.
L’esposto del figlio di Schiavone ha messo in moto le indagini. “Un esposto che non nasce da sospetti particolari – spiega, ancora, l’avvocato Ferrone -. Non abbiamo fatto il nome di nessun medico. Semplicemente c’è l’esigenza di capire se sono state commesse omissioni o negligenze, ma nell’esposto non sono stati mossi addebiti nei confronti di chicchessia”.
L’indagine sui quattro medici appare, al momento, come un atto dovuto. Se è vero – come è vero – che Schiavone ha subìto un’operazione nei giorni precedenti il decesso, gli accertamenti sui chirurghi che lo hanno operato erano inevitabili. Se il complesso di altri esami ancora da eseguire confermerà la morte per cause naturali, la posizione dei quattro medici si avvierebbe all’archiviazione.
Entro due mesi, la relazione del medico legale sarà sul tavolo del magistrato.
Stefania Moretti
