Barbarano Romano – (s.m.) – Lucido e scientifico fino all’ultimo. Nell’omicidio, come nel racconto.
Antonio Matuozzo descrive come la cosa più naturale del mondo il massacro della compagna Anna Maria Cultrera.
56 coltellate. 43 tra testa, collo, torace e addome. Sangue sul muro, sul letto, sul pavimento e lui regista di un film che mille volte si era proiettato in testa, rendendolo, infine, tragica realtà.
“Ho avuto la certezza che si era rimessa con me per sfruttarmi economicamente e che non gliene importava nulla di me . Questa è stata la molla che mi ha fatto decidere che avrei dato corso a quello che avevo pensato da giorni, ovvero ucciderla, perché non meritava più di vivere e soprattutto perché non facesse più male a nessuno”. Davanti ai carabinieri Matuozzo usa queste parole, riportate nelle motivazioni della sua condanna a trent’anni, inflitta dal gup di Viterbo Salvatore Fanti.
Anna Maria Cultrera, 62 anni, viterbese, muore per mano del suo uomo la notte del 12 ottobre 2013.
Matuozzo la uccide con un coltello da 21 centimetri per tagliare la carne. Poi chiama i carabinieri.
“Venite a Barbarano Romano, ho ucciso la mia compagna. Venite qui, che vi aspetto. Passate da dietro, che da dietro è aperto”.
La telefonata arriva alla centrale operativa alle 2,59. Anna Maria è morta almeno da due ore.
Matuozzo non si scompone e non tentenna né prima né dopo, quando, subito dopo l’omicidio, viene portato in caserma, dove illustra il movente con rigore clinico. Spiegare le ragioni del massacro all’alba, seduto davanti ai carabinieri che lo ascoltano, è la sua ultima azione da uomo libero, prima di essere portato a Mammagialla. Il suo racconto parte da lontano.
“Convivo con la signora Anna Maria Cultrera da circa sei anni. Quattro anni fa, insieme alla figlia, mi ha denunciato alle autorità perché, a loro dire, avevo molestato la sua nipotina e per questo sono stato arrestato e ho scontato tre anni e mezzo di carcere a Vigevano”.
Il loro legame non si spezza neanche dopo l’accusa di pedofilia: la coppia torna a vivere insieme. “In un primo momento i rapporti di convivenza erano buoni, almeno fino a un mese fa circa (un mese prima dell’omicidio, ndr) dopodiché la Cultrera ha cominciato a rivangare vecchie storie per le quali ero stato arrestato. Oltretutto mi aveva fatto spendere tutti i miei risparmi per comprare mobili e oggetti vari. In più, ho contratto un debito di 2mila euro per acquistare un letto ortopedico… Voleva a tutti i costi che me ne andassi di casa lasciandole tutto quello che avevo comprato”.
Così matura il germe della furia omicida. “Questo suo modo di fare mi aveva acceso una grande rabbia, che covavo senza parlare con nessuno”.
Il giorno prima dell’omicidio, Matuozzo va a vedere “una casa da prendere in affitto, così da poterla lasciare libera, evitando che si potesse concretizzare quello che già avevo pensato di fare. Purtroppo l’appartamento non rispondeva alle mie esigenze. Lei mi faceva capire che di me non gli importava nulla… era solo interessata affinché io lasciassi tutto quello che le avevo comprato”. Corto circuito. Matuozzo agisce la sera stessa. Anna Maria va a letto alle 23,30: lui aspetta un’ora per essere sicuro di non trovarla sveglia.
“Ho atteso che si addormentasse. Poi, verso le 0,30 sono andato in cucina, dove ho preso un coltello per il taglio della carne di notevoli dimensioni e sono andato all’interno della camera da letto senza accendere nessuna luce e ho iniziato a sferrare coltellate, usando la mano destra sulla persona della Cultrera che si è svegliata e cercava di difendersi, ma dopo una breve resistenza sono riuscito a sopraffarla e, visto che colpendola al corpo, non riuscivo a farla morire, ho iniziato ad affondare la lama del coltello nella gola, dove poi ho lasciato l’arma conficcata”. Prima l’omicidio, poi la devastazione.
“Dopo averla ammazzata, ho iniziato a rompere tutti gli oggetti e i mobili che avevo acquistato, perché non volevo assolutamente che finissero in mano ai figli della Cultrera”.
Matuozzo si cambia. Prepara una borsa con abiti puliti. Termina la sua opera di devastazione versando zucchero nel serbatoio della macchina, sempre per non lasciarla agli eredi. Preleva 250 euro al bancomat e si costituisce con una telefonata.
Azioni che, per il giudice “denotano estrema lucidità e fredda coerenza, nonché piena consapevolezza dell’illecito e delle sue conseguenze”. Matuozzo, continua il gup, “sentendosi rifiutato e scacciato ha maturato l’intento omicidiario… La rabbia e la vendetta si sono trasformate quando l’imputato si è reso conto che lei voleva ‘scaricarlo’ dopo aver appreso la verità e cioè che lui aveva realmente compiuto abusi sessuali nei confronti della nipote”.
Trent’anni in rito abbreviato, con l’aggravante della premeditazione e della minorata difesa della compagna, colpita nel letto, mentre dormiva. Niente aggravante della crudeltà, perché per quanto sia elevato il numero delle coltellate, Matuozzo voleva uccidere, indipendentemente dalle sofferenze arrecate alle sua donna. La difesa vede comunque margini per l’appello.


