Viterbo – Una strage di 1500 anni fa. Gli scheletri di 80 persone, provenienti tutti da una fossa comune: uomini, donne, vecchi e bambini uccisi tra il V e il VI secolo d.C.. Ignota la causa, certo il posto del ritrovamento: Ferento, a sei chilometri da Viterbo, l’antica città etrusca poi romana, distrutta e ricostruita più volte. Rasa al suolo dai viterbesi nel 1172 (fotocronaca – slide – video).
Dopodiché il nulla, l’oblio. Fino ai recenti e importantissimi scavi archeologici condotti dall’Università degli studi della Tuscia e raccontati passo dopo passo al sito dell’Unitus.
Secoli bui, l’impero romano è crollato e le invasioni barbariche stanno riscrivendo la storia con la forza delle cose e delle armi.
A puntare i riflettori sugli ottanta malcapitati è l’archeologo Alberto Pichardo Gallardo, l’Indy spagnolo, “cercatore” di tombe ed esploratore di sotterranei che – come ha spiegato – avrebbe ottenuto le secolari spoglie dal comune di Viterbo che a sua volta le avrebbe avute dal ministero dei Beni Culturali. Provenienza Ferento. Oggi esposti all’interno della chiesa di San Tommaso apostolo nei pressi di piazza della Morte dove ha sede l’Istituto Alessandro IV diretto da Pichardo. L’obiettivo è continuare a studiarli per poi sviluppare corsi di archeologia e antropologia fisica e forense organizzati dall’istituto.
Tutti morti ammazzati, trafitti da frecce, colpiti da un’ascia, uccisi con una spada. Gettati infine in una fossa comune. E per sempre un dolore che inchioda, oltrepassa i secoli e le sue stanchezze, interroga.
Uomini e donne: la loro quotidianità, le speranze, i gesti, gli amori, la necessità di trasmettere il proprio ricordo identificandolo con un pezzettino di terra sormontato da una lastra in marmo a caratteri latini, con inciso sopra il proprio nome. Uomini e donne che vedranno invece la loro morte e quella dei figli. Memorie distrutte e nemmeno una tomba, oppure un monumento, che fermi per un attimo il tempo e con esso le persone a riflettere.
Chiari i segni della violenza, raccontati uno ad uno dall’archeologo andaluso. Un cranio con una profonda ferita in mezzo agli occhi, femori trafitti da frecce e coccige rotto da una spada (poveraccio!). Evidente – grazie a denti e mandibole che ci dicono anche cosa mangiavano – lo stato sociale delle vittime. Dalle vertebre si intuiscono invece le malformazioni di una vita poco comoda e un lavoro spesso faticoso, che ti piega in due. Prima ancora che lo faccia il nemico.
“Hanno fatto veramente una brutta fine”, ha commentato a un certo punto Pichardo. Parole sante le sue. Tra il lusco e il brusco. Sante come quelle del sagace Joker che, in Full Metal Jacket di Stanley Kubrick – sull’orlo di una fossa comune di civili vietnamiti appena uccisi – disse: “una sola cosa sanno i morti… che è meglio essere vivi!”.
Daniele Camilli




