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Si taglia al braccio con la motosega, la moglie: “Abbandonati dall’Inail”

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Fabrica di Roma

Fabrica di Roma

Fabrica di Roma – Ha rischiato di tranciarsi un braccio con la motosega. Da quel giorno Roberto Pegoraro non lavora più. Vive a Fabrica di Roma. Ha quarant’anni. Da quattro, aspetta un risarcimento dall’Inail che non arriva. E nel frattempo non sa come andare avanti, con una figlia adolescente da mantenere.

“La sua pratica è aperta dal 2011. Abbandonata come siamo stati abbandonati noi”, spiega la moglie Michela Di Padova, anche lei giovanissima: 37 anni, invalida e con la pensione momentaneamente sospesa. Così, adesso, non riceve più neanche quei pochi soldi che facevano comodo per la spesa e le bollette. Restano i lavoretti di fortuna e i buoni pasto del comune: 40 euro ogni due mesi. Troppo pochi per mandare avanti una casa e una famiglia.

Pegoraro lavorava in una delle fabbriche del distretto ceramico strozzate dalla crisi. La sua storia è quella di tanti operai messi alla porta a poco a poco, dopo il tampone a breve termine della cassa integrazione e la speranza di rialzarsi. L’azienda di Pegoraro, invece, ha chiuso e, come lei, molte altre. Ha trovato dopo poco un altro lavoro nell’officina di un gommista. Ma se, da un lato, è stata una fortuna, dall’altro, proprio per lavorare ha rischiato di rimetterci un braccio.

“Il principale gli richiedeva tutta una serie di mansioni extra, che esulavano dal lavoro in officina – continua la moglie -: giardiniere, idraulico, falegname. Mio marito sa fare tutto e, quando non c’erano clienti, su richiesta del suo datore di lavoro, faceva tutto. Del resto, se si fosse rifiutato, sarebbe stato messo alla porta”.

L’infortunio avviene proprio durante uno di quei lavoretti extra, il 7 ottobre 2011: mentre pota i rami di un albero, la motosega rimbalza da una rete metallica al suo avambraccio. Un fiume di sangue in un attimo. La corsa in ospedale è immediata. Si teme l’amputazione, fortunatamente scongiurata. Ma la ferita è lunga e profonda. Estesa dal braccio alle dita della mano.

Il processo per l’incidente si aprirà a dicembre. Imputati: il datore di lavoro per lesioni gravi e plurime violazioni delle normative sulla sicurezza, oltre all’aver cercato di indurre uno dei suoi operai a dire il falso. Nei guai, sono finiti anche tre dipendenti, accusati di favoreggiamento per aver rilasciato false dichiarazioni sull’incidente, in modo da ‘coprire’ il datore di lavoro.

In tutto questo, l’Inail è inesistente: tre anni e mezzo dopo, nessun risarcimento a una famiglia che lo aspetta da tanto. “Quei soldi, per noi, sarebbero una boccata d’ossigeno – spiega Michela -. La procedura per quantificare il danno è avviata, ma non è mai stata portata a termine. A un certo punto è stata chiusa, poi riaperta dopo un nostro ricorso e adesso marcisce, senza speranza di evoluzioni a breve. E senza sapere neppure se la lesione che ha riportato mio marito è grave al punto da dichiararlo invalido”.  

Intanto, altri incidenti sul lavoro, più recenti e meno gravi, sono stati già liquidati da un pezzo. E la famiglia Pegoraro non capisce. “Ci era stato detto di aspettare prima la chiusura delle indagini, per l’accesso agli atti. Ora, la prima udienza del processo che, però, è a dicembre. Tra l’altro, è risaputo che le prime udienze dei processi sono tutt’altro che risolutive, ma solo interlocutorie. Cosa dovrebbe succedere alla prima udienza? Noi non possiamo davvero più aspettare. Io invalida e lui con l’uso delle dita parzialmente compromesso dall’incidente, ci arrangiamo con mille lavoretti saltuari per mantenere nostra figlia. Ma mio marito si è infortunato sul lavoro: quei soldi gli spettano, perché non si può rischiare di morire o di perdere un braccio per lavorare. E per una disgrazia capitata sul lavoro, adesso non lavora più. E’ stato l’inizio dei nostri guai”. 

Michela lancia un appello a chiunque possa aiutarli. “Siamo giovani e abbiamo voglia e bisogno di lavorare. Ma, soprattutto, ci rivolgiamo ancora una volta all’Inail: anche un acconto di quel risarcimento può aiutarci a sopravvivere”.

Stefania Moretti


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