Viterbo – Le ha strappato i capelli perché non voleva venire al pranzo di Natale. Altre volte si è vista afferrare per il collo. Dare cazzotti in testa. Puntare una mannaia alla gola. Picchiare sulla sedia a rotelle mentre era incinta.
L’ennesima donna che denuncia maltrattamenti tra le mura di casa. Ma ad aggravare il fardello della sofferenza, stavolta, c’è anche la malattia.
Barbara (nome di fantasia) è da cinque anni invalida. Inchiodata su una sedia a rotelle da una sclerosi multipla che, in silenzio, spegne tutti i suoi muscoli.
In aula, davanti al compagno che ha trascinato a giudizio, racconta che lui la maltrattava già prima, ma la sua malattia lo ha reso ancora più feroce. Al giudice Rita Cialoni, ieri, ha parlato di “violenze psicologiche di ogni tipo”: insulti, umiliazioni, offese razziste, sul suo stato di salute. Quattordici anni di convivenza in un paese della provincia (dal ’99 al 2013), di cui gli ultimi tre in un “clima irrespirabile e invivibile”. Finché i servizi sociali non l’hanno portata via.
“Mi diceva che ero un’inutile handicappata. Che non ero più una donna. Che gli avevo rovinato la vita. Si chiedeva cosa campassi a fare e non vedeva l’ora che morissi – racconta davanti a una platea che la ascolta raggelata -. Per un lungo periodo non ho sporto denuncia perché lo amavo, abbiamo due figli. Tenevo alla nostra famiglia e speravo sarebbe cambiato”.
Impossibile: Barbara lascia la sua casa il 13 settembre di due anni fa, con un trauma cranico e un livido in testa che non sfugge agli assistenti sociali. La sera prima il marito l’aveva rimproverata perché il figlio era stato punto dalle zanzare. Nasce una discussione che finisce con lui che la prende a pugni e lei che lo graffia.
Prima ancora, c’erano state le botte in piena gravidanza, perché, per non disturbare, non voleva partecipare al pranzo di Natale. “C’erano le scale, dovevano prendermi di peso per portarmi di sopra. Lui mi ha presa per il collo e mi ha detto: ‘Io vado in galera trent’anni, ma mi ti levo dalle palle’. E giù, a picchiarmi e strapparmi i capelli”.
Non sarebbe stata neanche padrona della sua piccola pensione. “Non lavorava, gestiva lui i miei soldi, ma diceva che spenderli per me era come buttarli”. L’avvocato Guido Conticelli spingeva sull’abitudine di Barbara di fumare marijuana. “Per me è una medicina – ha ribattuto lei -. Sono un’attivista del consumo a scopo terapeutico. Lo sanno tutti: ho cinque profili sui social network”.
L’assistente sociale, ascoltata subito dopo, dice di averla sentita lamentare per anni sempre e solo di grosse liti e del compagno che urlava. Solo quel giorno di settembre, quando lo ha denunciato e se n’è andata, Barbara le ha confidato le botte e le offese continue, sempre e solo in presenza dei figli. Davanti gli altri, era un compagno esemplare.
Il processo continua a giugno.
