Viterbo – Con Angelo Sambuci se ne è andato uno dei miei migliori amici.
Ma se ne è andato anche, indubbiamente, un punto di riferimento – tanto più negli anni – di tanti, ma proprio tanti lavoratori della Tuscia.
Angelo era una persona che sapeva leggere la vita, le infinite sfumature delle relazioni tra gli uomini, le istituzioni; aveva un talento limpidissimo per la rappresentanza, il sindacato, la politica più in generale; tutto questo è evidente, anche senza che io lo ricordi.
Ma, soprattutto, Angelo ascoltava tutti, in qualsiasi momento; e a disposizione di tutti si metteva, quale che fosse l’importanza del problema; prestigiatore insuperabile nel trovare sempre almeno un poco di tempo per tutti.
Nei ultimi quattro decenni, ha affrontato tutte le vertenze cruciali della funzione pubblica di questa terra; ma io lo ho visto venire, essere presente, anche in controversie di cui sapeva poco, solo perché il lavoratore gli aveva chiesto di esserci… perché la sua sola autorevolezza contava, talvolta.
E la vera magia è che tutto questo non gli è mai neppure pesato troppo, perché questo modo di vivere la società era la sua vita, e passare da una storia all’altra, una battaglia dopo un’altra, era la sua libertà… meglio poi se a bordo di una moto!
Negli ultimi sei anni, tuttavia ha sofferto quello che vedeva accadere intorno; diceva sempre di essere cresciuto in un mondo che migliorava sempre, di avere assistito all’espansione del benessere dei cittadini, dei diritti dei lavoratori, un’espansione che tutti credevamo inarrestabile.
Non poteva sopportare, perciò, questa intollerabile pretesa che la crisi si mangi il progresso, e che dalla crisi si esca con meno benessere e meno diritti; per questo ha sempre ritenuto intollerabili le pretese, specie degli imprenditori della sanità privata, che conseguenza della recessione dovessero essere peggiori condizioni di lavoro, addirittura salari minori.
E allo stesso modo – forse ancor meno, non ha mai accettato che la salute dei cittadini potesse essere trattata come una funzione di bilancio; specie se, così, a diventare una posta di risparmio era la salute dei meno abbienti, dei più anziani, perché chi può si cura comunque.
E quello che non accettava ha combattuto, senza riserve e senza finzioni; restano a testimoniarlo le sue posizioni – assai spesso ragionate insieme – che sono in assoluto le più intransigenti sui diritti delle persone ad essere sane, come presupposto (sia pur non sufficiente) per essere felici.
Questo è stato il suo modo di essere un socialista, un vero socialista. Angelo, ora, è un esempio da seguire. Tutti i sindacalisti – e con tutti intendo al di là delle differenza di sigla – hanno in qualche modo come mission farlo rimpiangere il meno possibile; sarà l’indice che dirà del loro successo.
Adesso tocca a loro.
Massimo Pistilli


