Viterbo – La presidente della Camera Boldrini ha ampiamente ridimensionato il problema, non si sogna di promuovere l’abbattimento delle opere di epoca fascista.
Oltre tutto, alcune di esse sono monumenti architettonici di valore inestimabile, come gli edifici dell’Eur, che peraltro non sono “fascisti”, ma modernisti (e non è esattamente la stessa cosa).
Quello di cui si è parlato è il disagio di taluni vecchi partigiani a leggere il nome di Mussolini, del duce, certi suoi motti, su alcuni monumenti come l’obelisco del Foro Italico o il Monumento di Porta Pia. A essere pignoli ci sarebbe da intervenire anche su certi mosaici del Foro Italico e su certi affreschi della Casa del Mutilato, a Roma, di chiara ispirazione fascista e colonialista, ancorché opera di artisti di chiara fama internazionale.
La questione non è quindi abbattere palazzi, semmai è stata ventilata la possibilità di “cancellare” i riferimenti a Mussolini.
Insomma, praticare quella “damnatio memoriae” che è stata ampiamente adottata in ogni tempo nella storia, a partire dal faraone eretico Amenofi IV, di cui i suoi successori cercarono di scalpellare via ogni immagine e geroglifico.
Ma che significato avrebbe questa cancellazione? La democrazia italiana deve avere ancora paura del fascismo? Non ha altri mezzi, se non uno scalpello, per esorcizzare un passato che la storia ha già condannato senza se e senza ma?
Fra vent’anni non ci sarà più nessun italiano che avrà sperimentato consapevolmente e direttamente il fascismo, e se in futuro ci sarà il rischio di una dittatura, questa non sarà certo tentata in nome di un vecchio fantasma: da altri pericoli, da altri populismi, da altri figuri semmai dovremo guardarci.
C’è poi un segnale che va preso in considerazione. Se escludiamo le vecchie generazioni, oggi i cittadini poco o nulla considerano i tanti edifici di epoca fascista che costellano le nostre città come i segnacoli o i simboli del regime mussoliniano. Certi monumenti sono ormai parte integrante della skyline della città, della sua identità, della sua stratificazione storica , architettonica e urbanistica.
I cittadini di oggi guardano la città con altri occhi, la valutano per i servizi che offre, per le opportunità che promette, non si chiedono se quella torre o quel palazzo si devono a un papa, ad un condottiero, a un dittatore; semmai lo riconoscono come parte del profilo, dell’identità, del “volto” consolidato della città.
Una recente indagine – dal titolo “I simboli del fascismo nella Roma del XXI secolo. Cronache di un oblio”, pubblicata nel 2014 a cura del sottoscritto e del sociologo statunitense Douglas Harper – ha dimostrato che solo un quinto dei cittadini romani è in grado di riconoscere l’origine fascista di gran parte dei monumenti di regime presenti nella capitale, percentuale che si abbassa nettamente tra le più giovani generazioni.
Di ben altro dovremmo forse preoccuparci.
Vigilare contro ogni dittatura è sacrosanto; ma il pericolo non sta scolpito in qualche obelisco d’antan.
Francesco Mattioli

