Vetralla – (f.b.) – Centauro morì a 26 anni, la parola ai periti.
Era il 14 agosto del 2011 quando Siarhei Chikun si schiantò con la sua moto contro la Citroen C3 che viaggiava davanti a lui al chilometro 25 dell’Aurelia bis, tra Monte Romano e Vetralla. La sua Yamaha Tmax si ridusse a un ammasso di rottami e a nulla servirono i soccorsi del 118. Siarhei perse la vita subito dopo l’impatto, poco dopo le 15 di un pomeriggio di piena estate.
Alla sbarra per omicidio colposo ci è finito D.D.G., un ragazzo poco più grande della vittima dell’incidente, originario di Arezzo. Parti civili la coppia di Vetralla che ha cresciuto il ragazzo, originario di Chernobyl, come un figlio, e i fratelli bielorussi.
Ieri mattina di fronte al giudice Cialoni hanno illustrato in aula le rispettive perizie i professionisti chiamati a ricostruire i fatti dalla parte civile e dalla difesa. Due versioni che coincidono solo in parte e che arrivano a conclusioni se non opposte sicuramente molto discostanti l’una dall’altra.
“A mio parere c’è come minimo un concorso di colpa – ha spiegato il perito della parte civile -. La moto di Siarhei veniva da dietro nella stessa corsia sulla quale viaggiava la Citroen dell’imputato. Stava iniziando un sorpasso, ma quando ha visto la macchina svoltare a sinistra per compiere un’inversione la fortissima frenata non è purtroppo bastata.
Insomma per un impatto del genere è chiaro che la moto andasse a velocità abbastanza sostenuta, ma è anche vero che il conducente dell’auto non ha guardato se stava venendo qualcuno prima di girare”.
La perizia della parte civile è stata effettuata sulla base della condizione dei veicoli che il consulente ha potuto visionare direttamente sul posto, poco dopo lo schianto.
Diversa, invece, quella della difesa che si è basata, oltre che sui rilievi dei carabinieri che intervennero sull’Aurelia bis, anche sulle dichiarazioni del conducente di un’auto che si trovava immediatamente dopo i due mezzi coinvolti nell’incidente. Lui, quindi, avrebbe visto tutta la scena e l’ha raccontata alla forze dell’ordine.
“A mio parere la responsabilità sta nella guida imprudente del motociclista – ha detto il perito della difesa -. Su quel tratto c’è un limite di 70 chilometri orari e lui, secondo i calcoli, ha toccato i 133, una velocità addirittura più alta di ogni limite possibile su tutte le strade italiane.
La Citroen, invece, andava a 10 chilometri orari perché stava facendo un’inversione che, oltretutto, era stata precedentemente segnalata con la freccia. Quando il conducente della macchina ha deciso di girare, la moto era lontana ancora più o meno 200 metri. Quell’impatto, se il centauro fosse andato più piano e avesse visto la freccia, si sarebbe potuto evitare”.
Il processo continua a novembre con l’ascolto di altri testimoni.



