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Expo, non dimentichiamo l’Albero della vita di S. Bonaventura

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Orvieto - Affreschi nella chiesa di san Giovenale

Orvieto – Affreschi nella chiesa di san Giovenale

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L'albero della vita

L’albero della vita

L'albero della vita

L’albero della vita

Tuscania - Albero della vita - Chiesa di San Silvestro

Tuscania – Albero della vita – Chiesa di San Silvestro

L'albero della vita, Pacino di Buonaguida, Firenze

L’albero della vita, Pacino di Buonaguida, Firenze

L'albero della vita

L’albero della vita

Milano – Con l’apertura di Expo 2015 tutti abbiamo avuto il modo di ammirare, anche indirettamente tramite i mass media, l’Albero della vita simbolo dell’esposizione universale internazionale milanese e, in particolare, del padiglione italiano.

Una grandissima struttura, con la sua “chioma” maestosa alta 42 metri, costruita a tempo di record da un gruppo di enti e aziende bresciane.

Un albero moderno costato circa 3 milioni di euro e realizzato in 150 giorni, un’icona interattiva, ricco di tecnologie, ribattezzato da alcuni come “la Torre Eiffel del terzo millennio” animato da una serie di effetti speciali, spettacolari, realizzati con le più avanzate tecnologie.

Lo slogan di Expo 2015 è “Nutrire il pianeta, energia per la vita” e l’Albero della vita, dunque, come simbolo, cade proprio come il cacio sui maccheroni.

Un simbolo antico quanto l’uomo presente in tutte le civiltà, con significati abbastanza simili legati alla nascita, all’energia vitale e alla rigenerazione.

E il nostro conterraneo francescano San Bonaventura da Bagnoregio (1217ca – 1274), cardinale, filosofo, teologo, soprannominato “Doctor Seraphicus”, che insegnò alla Sorbona di Parigi, amico di San Tommaso d’Aquino, proclamato dottore della chiesa da Papa Sisto V nel 1588, contemporaneo di Santa Rosa da Viterbo (che forse incontrò proprio nel complesso monastico di san Francesco alla Rocca oggi ancora occupato dal Comando Aves e negato alla fruibilità pubblica), nel 1260 circa scrisse un trattato di meditazioni “Lignum vitae” che, al tempo, forniva in forma schematica, e per uso mnemonico, una sintesi della vita, passione e glorificazione di Cristo.

Un prezioso opuscolo di alta spiritualità cristiana che ha esercitato una notevole influenza in campo teologico, letterario e artistico del Trecento. Il testo si divideva in dodici “rami” o “frutti” e quarantotto capitoli o meditazioni, ed è stato successivamente raffiguranto come “Albero della vita” in diversi affreschi o dipinti su tela.

Tra le diverse rappresentazioni artistiche dell’Albero della vita di San Bonaventura da Bagnoregio sono il dipinto a tempera e oro su tavola di Pacino di Buonaguida (databile intorno al 1305-1310 circa e conservato nella Galleria dell’Accademia a Firenze), l’affresco eseguito da un pittore anonimo, tra il 1342 e il 1347, all’interno della basilica di Santa Maria Maggiore a Bergamo, l’affresco di pregevole fattura realizzato all’interno della chiesa di San Silvestro a Tuscania, probabilmente realizzato nel Trecento da un valido collaboratore dei pittori Gregorio e Donato d’Arezzo, e l’affresco conservato all’interno della chiesa di San Giovenale a Orvieto, sempre raffigurante l’Albero della vita, restaurato a cura del Lions club di Orvieto e attribuito anch’esso, da alcuni studiosi, a Pacino di Buonaguida.

Sarebbe bello allora che, all’interno dell’Expo 2015 di Milano, per nutrire il pianeta e per nutrire le menti, magari con un’iniziativa promossa dalle realtà culturali locali, per orgoglio viterbese, fosse ricordato, accanto alla Macchina di santa Rosa da Viterbo, anche San Bonaventura da Bagnoregio e il suo “Lignum vitae”, magari il 15 luglio prossimo in occasione della sua festa.

Silvio Cappelli


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