Viterbo – “Accordi tra imprenditori per spartirsi gli appalti? Ho solo chiesto aiuto per non chiudere”.
Angelo Anselmi prende la parola per difendersi al processo Genio e sregolatezza, sul giro di presunti appalti truccati scoperto dalla forestale nel 2012.
L’imprenditore lo ricorda come un anno nero. “Da lì sono cominciati i problemi”, racconta in aula, con la voce strozzata da un pianto che, per qualche minuto, paralizza l’udienza.
Gli uomini del Nipaf lo arrestano due volte in due mesi, insieme ad altre dodici persone. Otto sono imputate al processo. Ma ad Anselmi, la vita non risparmia neppure il dolore di perdere la figlia Daniela a 27 anni, dall’oggi al domani, nell’esplosione di una bombola del gas che manderà in ospedale la giovane mamma e la sua bimba di un anno. Solo la piccola si salva, ma ancora adesso è in ospedale. Un dramma che fa sbiadire tutto il resto, processo compreso. Anche per questo le risposte di Anselmi sono a metà tra le lacrime agli occhi, il groppo in gola, i nervi a fior di pelle. Non mantiene la calma. Ha i ricordi appannati, ma i giorni dell’arresto è come se li avesse stampati davanti: “Ero sotto sonniferi e tranquillanti e avevo perso sette chili. Forse ho detto quello che volevate voi”, dice sfidando i pm.
Secondo l’accusa, l’appalto per la pista rossa di strada Bagni era destinato a lui, prima che arrivasse l’offerta a sorpresa dell’imprenditore Domenico Chiavarino a scompigliare le carte; punteggi sbaragliati e la gara la vince la ditta Nicolai. Una gara che Anselmi dice di aver praticamente chiesto agli altri colleghi imprenditori: “Avevo bisogno d’aiuto: rischiavo di mandare a casa gli operai”. Della pista rossa, alla fine, ottiene il subappalto. E conferma a mezza bocca le sue rivelazioni in fase di indagini, sulle due cordate egemoni di imprese che avevano il quasi monopolio degli appalti.
Prima di Anselmi, parlano il sovrintendente del Nipaf Stefano De Carli che riepiloga le indagini e un altro degli imprenditori imputati, Giuliano Bilancini, che racconta come Roberto Lanzi, il funzionario del Genio civile che dette il nome all’inchiesta, si offrì di fare da paciere tra Bilancini e l’imprenditore Filippo Mancini, per una vecchia storia di debiti. Bilancini ne aveva con Mancini, Mancini con Lanzi che, di quella situazione, avrebbe approfittato per pareggiare anche i suoi conti: “Se non mi dà quei soldi, tu non lo devi pagà!”, avrebbe detto il funzionario del Genio civile intercettato con Bilancini. Alla fine, tutti contenti: Lanzi organizza un incontro tra il geometra di Bilancini e un collaboratore di Mancini per chiudere la transazione.
Per i pm, il funzionario pretendeva da Mancini una vecchia tangente. Ma Bilancini non lo sa e smentisce le mazzette a Lanzi in cambio degli appalti: “Gli ho dato sempre e solo le mie quote di partecipazione al consorzio Cost (il consorzio di imprese costituito per il nascente aeroporto, ndr). Nient’altro”.


