Pescia Romana – Una famiglia ai domiciliari.
Oltre a Leonard Gorica, il 36enne albanese accusato di aver spinto al suicidio l’imprenditore Francesco Sensi, trascinandolo nel baratro dei debiti di droga, sono reclusi in casa anche sua moglie Hena e suo fratello Eduard.
L’accusa, anche per loro, è di aver alimentato lo spaccio sul litorale viterbese e grossetano, tra Pescia Romana e Capalbio. Spaccio di cocaina, lo stupefacente più richiesto dalla clientela in degli arrestati che, oltre a tossicodipendenti di vecchia data, annoverava una schiera di insospettabili: belle donne, giovani frequentatori della movida locale, ragazzi di buona famiglia e persino un’infermiera.
Accanto alla famiglia Gorica, ritenuta dagli inquirenti particolarmente attiva nella vendita di stupefacenti e di ‘polvere bianca’ in particolare, un ruolo di primo piano sarebbe stato rivestito dal 48enne di Capalbio Gianni Trabucco, descritto negli atti dell’inchiesta come un habitué dello spaccio, e il più giovane della compagnia, il 24enne romeno Catalin Constantin Natu. Anche loro sono attualmente agli arresti domiciliari.
I carabinieri di Pescia Romana, al comando di Sergio Ferraro, scoprono quella rete capillare di spaccio indagando sul suicidio di Sensi, imprenditore edile di appena 37 anni. Ben presto l’inchiesta, sotto la supervisione del pm Lorenzo Del Giudice, assume proporzioni più ampie, impegnando la compagnia dei carabinieri di Tuscania, coordinata dal maggiore Pietro Rajola.
Gli investigatori scoprono che Leonard Gorica risulta avere la maggior disponibilità di droga. E’ a lui che, secondo le intercettazioni dell’inchiesta “Sentiero bianco”, Trabucco si rivolge più spesso per la sua vendita di stupefacenti in proprio.
Cocaina a pranzo e ai party. Gli inquirenti scoprono come Trabucco chiami il suo fornitore ufficiale Gorica per consumare droga con i suoi commensali al ristorante di una sua parente. Sempre a Gorica avrebbe chiesto, il 18 maggio dell’anno scorso per reperire stupefacente destinato ai partecipanti a una festa. Richieste sempre condite con raccomandazioni varie come quella di “fare per bene” o di fargli fare “bella figura”.
Intercettati, Trabucco e Leonard Gorica – come anche gli altri indagati – parlano in linguaggio crittato: una volta la droga è “il caffè quello buono”, un’altra “il gelato di Capalbio scalo”, luogo dove i carabinieri registrano alcuni scambi, oppure “i meloni”.
Ci si dà appuntamento e ci si raggiunge. Senza mai specificare perché. Oppure c’era sempre il take-away del sentiero bianco che ha dato il nome all’inchiesta: lo spacciatore lasciava la droga, nascosta in barattoli di vetro lungo la stradina; il cliente la prendeva e, al suo posto, lasciava i soldi. Il gip Emanuele De Gregorio, nella sua ordinanza d’arresto, parla di “spregiudicatezza non comune” e di “abitudine al crimine, sintomo di un’attività illecita perpetrata con il carattere della sistematicità e rappresentante tutt’altro che fonte occasionale di illeciti guadagni”.
Trabucco fa appena in tempo ad ‘animare’ quella festa: una settimana dopo, il 24 maggio dell’anno scorso, Leonard Gorica finisce in arresto, al ritorno da uno dei suoi viaggi di approvvigionamento a Napoli, da dove arrivava con 700 grammi di hashish, due carte di identità false, due patenti e due tessere sanitarie contraffatte.
Adesso lui e gli altri quattro sono agli arresti, mentre per altre tre persone, tra cui un 34enne tarquiniese è scattato l’obbligo di dimora con divieto di uscire la notte.



