Pescia Romana – A mettergli un cappio al collo è stata la cocaina.
Di Francesco Sensi, 37enne, trovato impiccato nella sua camera il 27 febbraio 2014, si disse subito che aveva problemi economici. Quello che non si sapeva è che dietro il suo baratro c’era la droga: 120mila euro di patrimonio dilapidato in quattro mesi. E gli spacciatori alle costole, che lo minacciavano.
Una triste verità restituita dall’inchiesta “Sentiero bianco” (fotocronaca – slide) a un anno e quattro mesi da quel suicidio. I carabinieri del colonnello Mauro Conte hanno trovato e arrestato chi ha spinto Francesco a uccidersi: uno spacciatore albanese di 36 anni, Leonard Gorica, pienamente inserito in quella che, per gli inquirenti, era una banda specializzata in spaccio di hashish e cocaina rigorosamente a clienti ricchi e benestanti (video: Le immagini dell’operazione – Le indagini).
Tra tutti, solo Leonard Gorica risponde di estorsione, spaccio e morte per conseguenza di altro reato. La morte di Sensi.
Significa che la procura di Civitavecchia, nella persona del pm Lorenzo Del Giudice, ritiene il 36enne albanese l’unico responsabile della morte dell’imprenditore di Pescia Romana. Secondo le indagini dei carabinieri della compagnia di Tuscania, coordinati dal maggiore Pietro Rajola, per pagare partite di droga Leonard Gorica avrebbe costretto Sensi a consegnargli la sua macchina pochi giorni prima del suicidio. Sensi aveva anche venduto a un fratello la casa ereditata dalla madre. Mise insieme 40mila euro che al suo spacciatore non bastarono.
Il giorno prima della sua morte, Sensi era andato dalla madre in preda all’ansia, dicendole che gli servivano 200 euro, altrimenti quelli gli avrebbero “infocato tutto”. Episodi analoghi erano già accaduti in passato. Così come era successo che la madre del giovane imprenditore, lo avesse visto tornare a casa coperto di lividi.
Il giorno della morte dell’imprenditore, Sensi e Gorica scambiano più di un messaggio. E’ il fratello a trovarlo impiccato nella sua camera da letto.
A casa di Gorica, arrestato una prima volta nel maggio 2014, viene trovato una specie di libro mastro dello spaccio, con i nomi dei clienti, tra cui anche quello di Sensi. Sono annotati gli acquirenti, le somme e il tipo di stupefacente venduto: “cokolatte” per definire l’hashish, “molle” per la cocaina. Al solito, lo stupefacente viene chiamato in codice, al telefono, dagli acquirenti: si parla di “ceres”, “olio d’oliva”, “catrame nero”. E poi c’era il “sentiero bianco”: quello che ha dato il nome all’operazione scattata all’alba dell’11 giugno nel Viterbese, nel Grossetano, a Roma, Cosenza, Terni, Firenze e Napoli. Otto misure cautelari applicate dal gip di Civitavecchia, tra arresti domiciliari (cinque) e obblighi di dimora (tre).
Un gruppo organizzato, con clienti che potevano permettersi hashish e cocaina anche più volte alla settimana.
Nessun incontro con gli acquirenti per non dare nell’occhio. Persino i bambini vengono coinvolti in quelle che, spacciate per innocue passeggiate, sono in realtà i viaggi al solito posto in cui la droga viene lasciata e l’acquirente può prenderla. I carabinieri si accorgono che Gorica, con la complicità della moglie, porta la droga sempre in una strada sterrata a pochi metri da casa e dalla linea ferroviaria Roma-Pisa. Quantitativi anche ingenti: due barattoli di vetro con 5 panetti di hashish da un etto ciascuno e 21 grammi di cocaina. Tutto sequestrato. Ma per non fargli sospettare che ci siano indagini in corso, i carabinieri lasciano a Gorica un biglietto con scritto: “Grazie amico mio!”. Lui cade nel tranello e avvia la caccia al ladro, incolpando alcuni dei suoi acquirenti. E’ il 16 maggio 2014. Una settimana dopo Gorica finisce in arresto e poi, ancora, un anno dopo. Ora è ai domiciliari.




