Viterbo – E’ corsa al tribunale del Riesame.
Gli arrestati dell’inchiesta “Vento di maestrale” hanno impugnato l’ordinanza che li ha mandati agli arresti domiciliari per frode in pubbliche forniture, falso e truffa. Due filoni d’indagine, accomunati da un presunto sperpero milionario di soldi pubblici: quell0 dell’appalto della nettezza urbana a Viterbo Ambiente e l’altro, sulla produzione di combustibile da rifiuto negli impianti di Casale Bussi.
Di nove arrestati, tutti indagati per associazione a delinquere – anche se il gip ha escluso questa grave accusa per il filone Viterbo Ambiente -, solo in due hanno ottenuto la revoca dei domiciliari: il dirigente comunale Ernesto Dello Vicario e il presidente del consiglio d’amministrazione di Viterbo Ambiente Carlo Rosario Noto La Diega, governatore del Rotary.
Davanti ai giudici romani, compariranno Maurizio Tonnetti, nel cda di Viterbo Ambiente; il responsabile tecnico commerciale dell’azienda Francesco Bonfiglio, fresco di interrogatorio col pm Massimiliano Siddi. E poi, naturalmente, anche gli arrestati del filone Casale Bussi, la discarica gestita da Ecologia Viterbo: i responsabili dell’impianto di trattamento meccanico biologico Francesco Zadotti, Daniele Narcisi e Massimo Rizzo. Il primo, uomo di fiducia di Manlio Cerroni.
Tutti pronti a chiedere l’annullamento dell’ordinanza di custodia cautelare sotto più profili. Puntando sicuramente a smontare l’accusa di associazione a delinquere che le difese ritengono insussistente.
“Vento di maestrale” scatta all’alba del 3 giugno. Al blitz partecipano oltre 50 carabinieri e 38 agenti della polstrada. La supervisione investigativa è del reparto specializzato del Noe – Nucleo operativo ecologico, coordinato dal colonnello “Ultimo” Sergio De Caprio e già capitanato dal maggiore Pietro Rajola Pescarini, oggi comandante dei carabinieri di Tuscania.
Un fiume di denaro per servizi inesistenti o tutt’altro che a regola d’arte. Pagava il comune. Quindi, i cittadini. Almeno questo sarebbe il quadro emergente dalle indagini, sul contratto che il comune di Viterbo firmò con Viterbo Ambiente. Valore complessivo: cinquanta milioni di euro per sei anni. Ma gli inquirenti contestano una sistematica violazione di quanto previsto dal capitolato d’appalto, per fare in modo che la ditta risparmiasse e, al tempo stesso, massimizzasse i profitti.
Il versante Casale Bussi verte invece sulla presunta frode riguardante il trattamento dei rifiuti che arrivavano sulla Teverina. Quindi, la produzione di combustibile da rifiuto e frazione organica stabilizzata. In sostanza, a fronte di produzioni minime, Ecologia Viterbo avrebbe percepito quelle che il gip Franca Marinelli definisce “rilevanti somme di denaro” quantificabili, per gli inquirenti, in diversi milioni di euro.




