Bagnaia – (s.m.) – Tutto può succedere.
Sarà un’udienza con sorpresa, quella di domani in Cassazione per l’omicidio del professor Ausonio Zappa. 82 anni. Ucciso da due rapinatori fuggiti con un portafogli, dopo l’incursione notturna in casa a Bagnaia, il 28 marzo 2012.
Un episodio che scosse profondamente la città, raccontato dai giornali come un’arancia meccanica, in una delle ville immerse nei castagneti di strada Romana.
Due entrano in casa per rubare e, alla fine, uccidono. Due restano in macchina. In quattro hanno l’età di Zappa, che per le lesioni riportate nel pestaggio furioso morirà a Belcolle dieci giorni dopo. I carabinieri del nucleo investigativo di Giovanni Martufi li acciuffano subito.
Adesso, sui quattro ventenni si pronuncerà la Suprema Corte, dopo le sentenze del tribunale di Viterbo e della Corte d’Assise d’appello. Gli esecutori materiali sono passati dall’ergastolo a vent’anni. I pali da 16 e 12 anni a 10 e 8. Ma fare previsioni, stavolta, è più che mai difficile, per motivi tecnici che potrebbero anche far slittare la sentenza a data da destinarsi.
La procura generale ha impugnato le posizioni di tutti gli imputati. In particolare, ad Adrian Nicusor Saracil e Cosmin Oprea, i più giovani della batteria e gli unici entrati in casa col coraggio di ingaggiare un corpo a corpo con l’anziano, non sarebbe stato dato l’aumento di pena per recidiva. Entrambi, in passato, avrebbero avuto precedenti (almeno di polizia) per furto. “Calcolare la recidiva significava aumentare la pena di un terzo e arrivare a trent’anni”, dichiara Roberto Fava, avvocato di Cosmin e del fratello incensurato Daniel che, tra tutti, ha preso la pena più lieve.
“La Corte d’Assise ha motivato sostenendo di andare contro i principi di rieducazione dei detenuti previsti dal legislatore se avesse dato trent’anni di carcere a ragazzi di venti – continua il legale -. Il nostro sistema giudiziario prevede di lasciare ampia discrezionalità ai giudici, in casi come questi. E noi concordiamo”. La procura generale no. E infatti ha impugnato la sentenza d’appello proprio per la recidiva, sostenendo che il discorso non valga per reati gravi come l’omicidio, dove la recidiva va applicata senza se e senza ma.
La difesa dei fratelli Oprea sostiene che questo non basti. “Non dev’essere grave solo il reato per cui si procede, ma anche i precedenti penali. Che in questo caso sono di furto. Neanche lontanamente paragonabili all’omicidio”.
Un problema che la giurisprudenza ha posto in mille altri casi. Per questo una sezione della Cassazione ha sollevato la questione davanti alla Corte Costituzionale. Per sciogliere il nodo una volta per tutte sull’obbligatorietà dell’aumento di pena per recidiva. E a questo punto, le strade sono tante.
“I giudici potrebbero venire già preparati e decidere di rinviare l’udienza in attesa che si pronunci la Consulta – spiega Fava -. O magari, accoglieranno il ricorso della procura e decideranno di rifare il processo in Corte d’Assise d’appello. Ma se la Corte Costituzionale interverrà nel frattempo per regolare la normativa, i prossimi giudici dovranno ovviamente tenerne conto”.
In sostanza: o salta l’udienza o si va a sentenza. O, almeno, in discussione.





