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Papa Francesco, il Che Guevara dell’Occidente

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Papa Francesco

Papa Francesco

Renzo Trappolini

Renzo Trappolini

Viterbo – Oggi che dal computer di casa si possono in un attimo spostare soldi e merci nell’altra parte del globo e quelli che solo una ventina d’anni fa chiamavamo terzo mondo si comprano il primo ed il secondo, compreso il Milan, l’Europa conta sempre meno.

L’Italia, poi, al di là delle foto propaganda dei G7 o 8, non è certo che sia tra i vagoni di testa sul treno guidato dalla Germania in tandem con la Francia, insidiata com’è dai benestanti del nord e pure da quelli dell’ex est comunista, per non dire del treno-sterlina di Londra che ha scelto un binario parallelo.

Anche gli africani che attraversano deserti e mare per sfuggire alla miseria ci considerano alla stregua di una navetta necessaria per arrivare al nord.

Il quadro, retorica a parte, rivela quanto arduo sia continuare a parlare di Europa, mentre rimaniamo soli con le migliaia di africani che, trovando chiusi i varchi del Monte Bianco, di Ventimiglia e del Brennero, si fermano qui dove lavoro non c’è neanche per noi. In tanti, tanti giovani e destinati ad arrabbiarsi ancora tanto. Fino al rischio di venir arruolati dall’Isis.

E’ una rivoluzione geopolitica quella che viviamo e a rivoluzione si risponde con rivoluzione.

Ma c’è un condottiero affidabile, un Guevara d’Occidente? Ad aprire il sito news vatican e leggere le notizie dalla Domus di Santa Marta e dintorni, pare che ci sia e che si chiami Francesco.

Ha detto venerdì scorso “Noi ci scandalizziamo quando quelli dell’Isis bruciano vivo quel povero pilota in quella gabbia, ma noi nella nostra storia lo abbiamo fatto”.

Poche parole che chiudono mille anni di una guerra tra Occidente cristiano ed Islam iniziata da un altro papa, Urbano II, che avviando le crociate contro “la gente immonda che ha in mano il santo sepolcro”, spronava re e principi dell’epoca a cercare lì nuove ricchezze.

Il successore Francesco conferma: “L’Africa è un luogo di spoglio, perché le potenze vanno là per portare via legno, oro, metalli, tutto. E se ne vanno. Bisogna invece andare a investire perché ci sia industria, lavoro e la gente non debba venire qua””.

I depredati perciò continuano a scappare pensando di star meglio. Invece stanno peggio loro e peggio noi.

Non pare che lo stato, gli stati sappiano che fare, ma Francesco, per quel che dipende da lui, una strada di emergenza la indicò riferendosi al patrimonio immobiliare della sua chiesa che è il 20% di quello nazionale. Insomma, alle case, ai conventi, alle curie e palazzi vescovili.

Lo disse a settembre 2013, qualche mese dopo la sua elezione: ”I conventi non utilizzati diventino ostelli per i rifugiati, non alberghi perché l’obiettivo non è far soldi”.

Qualcuno, nella chiesa, lo avrà pure ascoltato, ma a guardarsi intorno, molti hanno forse scadenzato la pratica a tempi migliori. Magari dopo qualche altro buon affare con i pellegrini del Giubileo.

Allora Tusciaweb si rivolse ai vescovi del territorio e chiese notizie.

La domanda resta, rafforzata ora dal monito di Francesco che l’8 giugno – parlando dei veggenti di Medjugorje “che ci vivono” – ha detto chiaro e tondo: “La religione deve essere concreta e non soft”.

Se davvero sarà così, come il filosofo laico Benedetto Croce “non potremo non dirci cristiani”.

Renzo Trappolini


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