Viterbo – Non si dovrebbe aspettare che i diritti siano pregiudicati per ricordarsi di difenderli.
I diritti devono essere difesi prima di metterli in pericolo, specie quando si parla di diritto alla salute, alla dignità della vita.
Tra i servizi alla salute (cura delle malattie acute, lungodegenza, riabilitazione) vi è quello offerte dalle Rsa (Residenze sanitarie attrezzate), che si occupano di assistere e curare quelle persone che soffrono di patologie – più o meno in fase croniche – che richiedono un livello di assistenza e riabilitazione che non può essere assicurato in famiglia, o nelle residenze non sanitarie (le così dette “case di riposo”).
Va da sé che la maggior parte di questa utenza è composta da persone anziane; ce ne sono ricche e povere… per queste ultime, è competenza del comune assicurare il loro diritto alla salute e a una vita dignitosa in un momento tanto difficile della loro vita.
Nel silenzio più assordante, mentre le cronache della politica – e forse la politica – si occupano di equilibri e di rimpasti, il 29 aprile 2015 la giunta comunale di Viterbo ha approvato la deliberazione n° 142, che reca le linee operative per lo svolgimento delle funzioni Rsa e le attività riabilitative.
Nelle premesse di tale deliberazione, si dà atto, letteralmente, che “per il 2014 le spese per lo svolgimento delle funzioni Rsa e attività riabilitative sono state complessivamente pari a euro 1.937.768,75”.
Un milione novecentomila euro e rotti… nel 2014.
Poi, si ricorda che la Regione ha provato a cambiare i criteri di calcolo del reddito Isee, inserendovi anche il reddito dei figli pure non conviventi, con l’obiettivo di obbligare i figli a pagare i contributi che prima erano a carico della collettività; quel tentativo è stato sospeso dalla giustizia amministrativa, e ad oggi, nel Lazio, non esiste un criterio certificato di calcolo del reddito Isee (!).
Dopo una serie di considerazioni, al fine dichiarato di “salvaguardare gli equilibri generali di bilancio”, la giunta comunale di Viterbo, stabilisce, letteralmente: “il tetto entro il quale contenere per il corrente anno (2015, ndr) la compartecipazione comunale è individuato in euro 450.000 per le funzioni Rsa e 25.000 per le attività riabilitative”.
E, cioè, da oltre un milione e novecentomila euro del 2015 si scende, si crolla a quattrocentosettantacinquemila euro.
È evidente che una parte di questo minore investimento dovrà essere coperto dalle famiglie che dovranno pagare i ricoveri dei loro cari, secondo le regole stabilite dalla deliberazione, che sono le stesse che la magistratura ha sospeso, e vale a dire mettendole a carico dei figli.
Si può discutere se sia giusto che chi ha sempre pagato la fiscalità generale, e magari anche l’Imu, debba pagarsi l’assistenza in un momento difficile della sua vita anziana.
Ma, come che sia…
Il punto è che un taglio di tre quarti delle risorse addensano, nei fatti, una tempesta perfetta. Il rischio di un mezzo disastro sociale.
È assolutamente impensabile che con tale riduzione si possa davvero far fronte alle esigenze di assistenza Rsa. Quelle riabilitative, ridotte a 25.000 euro annue, per tutto il comune, sono praticamente scomparse.
È reale il rischio che nel 2015 ci siano persone malate e anziane che non potranno essere assistite; ed altrettanto evidente il rischio che le strutture sanitarie dovranno ridurre le loro attività, e vivremo altri licenziamenti collettivi in un settore ultimamente devastato (San Raffaele, Villa Rosa, Rori).
Un tempesta, appunto. Ma, soprattutto, diritti calpestati… di chi sta male, nell’età più difficile.
Massimo Pistilli
