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“’St’americane c’avrebbero d’aiutà…”

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Viterbo bombardata - La targa a palazzo del Drago

Viterbo bombardata – La targa a palazzo del Drago 

Viterbo – “’St’americane c’avrebbero d’aiutà!”, cantilenato, alla viterbese.

Tra le macerie lungo via Garibaldi, via Matteotti, porta Fiorentina distrutta. Il 30% del patrimonio immobiliare raso al suolo. Il resto gravemente danneggiato. Le chiese di san Sisto, san Francesco e sant’Andrea, la facciata di santa Maria della Verità. Tirate via come se avessero preso uno schiaffone in pieno viso, all’improvviso. Come quelli che ti arrivano addosso il sabato sera al bar, alle quattro del mattino.

“Lo sposalizio della vergine” che si stacca dalla parete disperdendosi in mille pezzettini che Cesare Brandi ricucirà tratteggiando di nuovo l’affresco che verrà restituito alla chiesa di piazza Crispi, e con esso una nuova e moderna teoria del restauro.

Viterbo, medaglia d’argento al valore civile – cosa spesso dimenticata – perché città bombardata durante la seconda guerra mondiale. Tra le città che più di tutte hanno patito per i bombardamenti alleati. Mille morti a cavallo tra l’inverno e le prime soleggiate di giugno del 1944.

La Banda del racconto – regia e performance di Pietro Benedetti, musiche di Luciano Orologi, intermezzi narrativi d’Antonello Ricci e orazione civile del sindaco Michelini – ricorderà la Viterbo bombardata. Domenica 14 giugno a Viterbo, partenza da porta Romana alle 18. “Viterbo bombardata, Viterbo liberata”, il titolo della passeggiata/racconto.

Di San Sisto, nel ’44, rimase ben poco. Una partenza e successivamente due fuochi: piazza Fontana Grande – restò in piedi solo la fontana – e palazzo dei Priori, circondato dai detriti, come per la nevicata del 2012, e affacciato su valle Faul, destinata poi in parte a sacrario e rimosso collettivo. Le stragi, “Il bersagliere” e i rifugi insufficienti, i cadaveri trasportati alla bell’e meglio e sepolti altrettanto.

La città che non appartiene più soltanto ai vivi, chiamati invece a convivere con i morti che popolano la terra, immobili in quegli spazi ormai distrutti ma che un tempo avevano alimentato e animato. La grandine dei bombardamenti che tira via non solo vigneti e frutteti – e il fuoco che incendia i fienili e uccide il bestiame – ma addirittura le case. Benedetti, Ricci e Orologi ci racconteranno questo. A 71 anni dai bombardamenti che hanno colpito Viterbo, a 70 dalla liberazione dal nazi-fascismo.

Le vite tra le rovine di uomini e donne che potrebbero essere stati nostro padre oppure nostra madre, nostro fratello, il vicino di casa, il proprio compagno o compagna. La vita di tutti quei giorni nel quotidiano rappresentarsi la morte e la speranza, la scelta d’“essere umani” e sopravvivere. Alla luce del sole o sottoterra, anche sotto le macerie in attesa dei soccorsi, sotto quel trave che per puro caso non t’ha schiacciato. Purché si sopravviva. “’St’americane c’avrebbero d’aiutà!”.

E l’americane alla fine c’hanno liberato, assieme a loro partigiani, sbandati che rifiutarono di prestare servizio per la Repubblica di Salò, uomini e donne che li hanno nutriti, nascosti, che semplicemente non li hanno denunciati, mettendo così gravemente a rischio la propria incolumità.

C’hanno pure bastonato e di brutto, l’americane. Questo perché noi eravamo fascisti e alleati dei nazisti che, nel frattempo e con la nostra complicità e in pratica quella di tutto l’occidente che – fedele alla sua realpolitik romano/germanica – fece finta di niente, per poi prestare soccorso – nel frattempo avevano raso al suolo mezza Europa e ammazzato milioni di persone come se niente fosse, milioni nei campi di sterminio dove si campava in media tre mesi di torture. In quell’indifferenza e “banalità del male” che è, forse, la nostra vera chiave evolutiva. E fa spavento quello che ci portiamo e teniamo dentro. Se solo pensiamo che, da che mondo è mondo, abbiamo sempre perseguitato e sterminato. E continuiamo a farlo.

A prova di storia, l’inutile magistra vitae. Se le cose non le vediamo o non ci toccano, non ce ne frega proprio niente. Questa è la verità. Almeno lo è nella maggior parte dei casi e per la maggior parte delle persone.

C’hanno bastonato, l’americane. Fascisti e nazisti, con loro la real casa sabauda, umiliato e massacrato, riducendo un Paese, e continenti, in macerie. In mezzo, a morire ovunque, gente che non c’entrava niente, che non s’aspettava nulla di simile. L’infanzia, non un gioco, a confrontarsi con le bombe in quel “cosmo rovesciato”. “Lacrime nella pioggia, perdute nel tempo”. In questo consiste il terrore, e in questo “essere schiavi”. Contadini, braccianti, lavoratori, bottegai. Talvolta spettatori, complici anch’essi. Ma per fame, non per potere. Dalla viva voce della Banda del Racconto.

Daniele Camilli


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