Soriano nel Cimino – Nessuna responsabilità altrui. Nessuna aggressione. Nessun omicidio. E, quindi, nessun indagato.
La morte del piccolo Edoardo Ribisi, 11 anni, impiccato al letto a castello, è stata una morte autoinflitta. Anche se resta ancora l’atroce dubbio se si sia trattato di suicidio o di un gioco finito in tragedia.
Le indagini dei carabinieri sulla morte del bimbo, trovato senza vita nella sua casa a Soriano nel Cimino, vanno avanti. Indagini senza indagati.
Si attendono i risultati dell’autopsia, che dovrebbero arrivare entro la fine del mese.
Un esame che gli inquirenti hanno disposto per maggiore scrupolo, vista la tenera età del bambino, ma la causa della morte, almeno per ora e salvo esiti imprevedibili degli accertamenti, sembra essere il soffocamento dovuto all’impiccagione.
Oltre ai carabinieri di Soriano, coordinati da Paolo Lonero, sono intervenuti gli uomini del reparto specializzato del Racis per far luce sulla dinamica della morte di Edo. La casa dei Ribisi, nella campagna sorianese, è rimasta sotto sequestro per giorni.
Il bambino frequentava la scuola Vanni a Viterbo, ma abitava a Soriano.
A trovare il corpo è stata la madre, Erika Comucci, il 25 maggio scorso.
La signora rincasava dopo una commissione. Aveva lasciato Edo a fare i compiti. Era già successo, non era la prima volta: la mamma sapeva di potersi fidare di quel bambino giudizioso e con un’intelligenza fuori dal comune. Si è assentata poco tempo, una mezz’ora al massimo. Al ritorno, la terribile scoperta di Edo impiccato al letto a castello con una cintura.
Dall’autopsia, eseguita dal medico legale Maria Rosaria Aromatario, fin da subito non sarebbero emersi segni di violenza o di costrizione sul corpo di Edo. Chiunque lo ha conosciuto lo ricorda come un bimbo diverso dai suoi coetanei. Maturo. Brillante. Sensibile. Geniale.
Secondo le indagini, quel gesto di costruire un cappio è stato sicuramente volontario. Ma forse Edo giocava. La mamma di uno dei suoi compagni di palestra ricorda come fosse stato ripreso dall’istruttore di judo perché si stringeva al collo le corde dell’arrampicata e si lasciava andare, simulando per gioco un’impiccagione. Un racconto che è stato in seguito smentito da altri testimoni, che hanno detto di non ricordare episodi del genere.
La speranza è che l’autopsia possa chiarire quel che c’è ancora di oscuro. Per adesso, purtroppo, la morte di quel bimbo speciale resta un doloroso mistero.



