- Viterbo News – Viterbo Notizie – Tusciaweb – Tuscia News – Newspaper online Viterbo – Quotidiano on line – Italia Notizie – Roma Notizie – Milano Notizie – Tuscia web - https://www.tusciaweb.eu -

“Sono un comunista a cui piace la Ferrari”

Condividi la notizia:

Sandro Ruotolo e Nino Mancini

Sandro Ruotolo e Nino Mancini

Nino Mancini

Nino Mancini

Sandro Ruotolo e Nino Mancini

Sandro Ruotolo e Nino Mancini

Nino Mancini

Nino Mancini

Sandro Ruotolo

Sandro Ruotolo

Sandro Ruotolo, Nino Mancini e Luca Violini

Sandro Ruotolo, Nino Mancini e Luca Violini

Tuscia Operafestival - L'incontro con Ruotolo e Mancini

Tuscia Operafestival – L’incontro con Ruotolo e Mancini

Nino Mancini

Nino Mancini

Viterbo – (g.f.) – “Sono un comunista a cui piace la Ferrari”.

Sul palco del Tuscia operafestival Nino Mancini, a intervistarlo, il giornalista Sandro Ruotolo.

Mancini, boss della banda della Magliana, dal 1994 collaboratore di giustizia, un tempo ricchissimo, oggi vive in un modesto alloggio popolare a Jesi.

Condannato a 28 anni di carcere, oggi si occupa di disabili. E’ l’Accattone, il drizza torti o il Ricotta della serie tv Romanzo criminale.

Condannato per quattro omicidi, era comunista e si professa ancora oggi tale.

“Sono comunista – dice Mancini – mi ci sento ancora oggi, anche se sono un comunista a cui piace la Ferrari”.

Cresciuto in un famiglia “rossa”, realizza presto che Baffone non sarebbe arrivato e a 12 anni inizia a rubare.

A stretto contatto con Massimo Carminati, oggi alla ribalta per Mafia capitale, parla del delitto Moro e di come la banda avesse individuato il covo dove era tenuto prigioniero.

Comunque la si pensi, uno spaccato della storia d’Italia di cui è testimone.

Una storia che inizia al quartiere San Basilio di Roma, 67 anni fa. Raccontata nel libro “Con gli occhi nel sangue” da cui durante la serata Luca Violini legge alcuni passi.

“San Basilio – racconta Mancini –  è definita una borgata di comunisti e di ladri. Ero un figlio di un comunista che aspettava Baffone. Mentre lo aspettava, a tavola c’era ogni sera un piatto di minestra col dado Star.

Nel quartiere c’erano altri uomini. Ingioiellati e con bei vestiti. Mi chiedevo perché mio padre fosse completamente all’opposto. Quelli ben vestiti bene erano i ladri”.

Il primo furto una lambretta. “Poi le macchine, i negozi, le rapine a treni e furgoni in tutte le parti d’Italia”. Fino a diventare ricchissimo. “Potevo comprare qualsiasi casa, ma mio padre era un comunista puro. Da me non voleva niente”.

In carcere incontra un agente di polizia che gli fa scoprire autori come Moravia, Morante e Pasolini. Dal film di quest’ultimo, l’Accattone, deriva il suo soprannome, in cui oggi non si riconosce più.

Della banda della Magliana spiega la filosofia: “Volevamo accogliere tutti, napoletani, siciliani, ma sopra doveva essere chiaro che ci stavamo noi. Gli altri erano ospiti, se volevano fare affari, dovevano chiedere a noi”.

Il suo compito era quello del drizza torti. “Andare a conquistare le borgate. Con la mia cortesia li convincevo, dicendo devi stare con noi. Se accettavano bene, altrimenti dovevano accettare. Con modi duri per convincerli, altrimenti eliminarli del tutto”.

La banda era a disposizione di tutti. Un’agenzia di criminali. “Serviva di uccidere Pecorelli? S’interveniva. Andavano depistate le indagini della strage di Bologna? Si faceva”.

Persino nel sequestro Moro. “Nicolino Selis (altro componente della banda della Magliana) chiese a noi d’interessarci e trovare il covo.

Circostanza confermata dal Dc Flaminio Piccoli. S’incontrò con una parte della banda per attivarci affinché si arrivasse alla liberazione.

La banda riuscì a individuare il posto, ma dall’alto ci dissero che Cutolo aveva detto che la liberazione di Moro non interessava più”.

Selis poi fu ucciso. “Voleva organizzare la banda a immagine e somiglianza della camorra. Noi non avevamo un capo, eravamo tutti allo stesso livello, qualcuno con più carisma. Voleva portare a Roma la nuova camorra organizzata di Cutolo”.

Quindi il suo rapporto con Massimo Carminati. “Io comunista lui fascista. Lo conosco da fine anni Settanta. Un ragazzo serio, educato. Era un tipo silenzioso.

L’unico del gruppo ad avere la chiave accesso al ministero della Sanità dove avevamo la nostra armeria. Noi dovevamo sempre avere qualcuno accanto, lui poteva andare”.

Non è rimasto meravigliato quando lo ha visto associato alle vicende di Mafia capitale. “Dal 2013 parlo di Carminati e di chi comanda nella capitale. Oggi sono tutti stupiti, io no. Queste cose le ho raccontate”.

Sfata in parte il mito di Renatino De Pedis, altro componente della banda della Magliana. “Non è che avesse carisma. E’ quello che risulta cinematograficamente. Fra me e lui c’erano differenze. Lui aveva una sorta di rivalsa verso la società, voleva diventare ricco.

Il padre, che aveva ucciso un fratello durante una lite, era finito in galera. Renatino veniva chiamato con disprezzo il figlio di Caino, da piccolo.

Per questo puntava in alto. Ha fatto rapine con me, ha ucciso con me ed è morto incensurato.

Se non fosse morto, oggi sarebbe in Parlamento.

Nonostante le archiviazioni, de Pedis è collegato al sequestro di Emanuela Orlandi”.

Nel 1994 Mancini decide di collaborare con la giustizia. Questo gli consenti di scontare i rimanenti 11 dei 28 anni di pena, ai domiciliari.

“La prima volta che sono finito in carcere avevo una figlia che ho visto attraverso i vetri delle sale di colloquio. Ma c’era la banda. Ci volevamo bene.

Poi è arrivata la mia seconda figlia e la banda non c’era più. Ho deciso che mia figlia che stava nascendo, non l’avrei vista attraverso i vetri, ma l’avrei avuta in braccio”.

E non teme ancora oggi di venire ucciso? “Paura? Quando ti tocca ti tocca…”.


Condividi la notizia: