Viterbo – Il papa rivoluzionario della misericordia.
Ha messo sottosopra la chiesa con una svolta radicale e cambiato la curia. Umile e innovativo si è messo a servizio dei poveri. Ha scelto di non vivere nell’appartamento papale e va a pranzo alla mensa facendo la fila. Si è aperto al mondo parlando al popolo. Ha indetto un Giubileo straordinario, fuori dalle date canoniche, e le sue di dichiarazioni hanno inciso nei rapporti diplomatici tra stati.
Del rivoluzionario Papa Francesco si è parlato all’incontro con Saverio Gaeta di Famiglia cristiana e Marco Politi del Fatto quotidiano nell’ambito della sezione di politica estera di Caffeina curata dal giornalista Rai Giovanni Masotti, che ha anche moderato il dibattito.
Gaeta per primo ha tratteggiato un ritratto di Bergoglio. “E’ il papa della misericordia – ha detto Gaeta -, un’espressione che nasce al momento della sua elezione, quando in molti, ci siamo scapicollati per trovare informazioni su di lui. Mi è balzato all’attenzione il suo stemma da vescovo, con una frase latina che che non era nota o non faceva subito venire in mente il Vangelo.
Si trattava della citazione “miserando atque eligendo“, elogio della misericordia divina, riprodotta nella Liturgia delle ore della festa di san Matteo. Ha rimesso in vista una parola, misericordia, sempre presente nella dinamica cristiana e spesso associata a quella di giustizia. Per lui, entrambe devono convivere e una non deve accantonare l’altra”.
Bergoglio è anche al centro di critiche per il suo carattere rivoluzionario. Si trova “in mezzo ai lupi” come sostiene Politi. “Dopo due anni di guida – ha detto Politi – c’è chi non è d’accordo con le sue idee. Nel momento in cui si è affacciato per presentarsi dopo l’elezione, ha chiesto la benedizione del popolo. Ha cambiato il modo rigido di presentarsi e organizzarsi della chiesa. Non usa il “clericalese” e dice che la corruzione spuzza.
In Vaticano, ora, esiste un comitato antiriciclaggio. Fa opera di pulizia e dice che sono i popoli ad aver pagato gli errori delle banche. E’ immediato quando sostiene che viviamo una terza guerra mondiale a pezzetti. Chiede di difendere le minoranze, tutte, e sulle donne della chiesa dice che devono andare in posti dove si esercita autorità, senza fare solamente la truppa. Devono decidere.
Ha scelto di non abitare nell’appartamento papale e, scherzando, ha detto, con un errore di lingua, che è un fatto “psichiatrico”, perché non vuole stare chiuso in un imbuto, ma a contatto con la gente. Mangia alla mensa, facendo la fila perché non vuole più una chiesa o papato di stampo monarchico. Imperiale. Si presenta come un discepolo di Cristo con il linguaggio semplice di chi va per le strade del mondo a spiegare come deve vivere un cristiano con valori forti come la compassione, senza vivere proiettati su sé stessi.
Parole che qualsiasi laico può comprendere: compassione, solidarietà e tragedia dell’indifferenza di fronte agli immigrati o quando parla dell’Isis come una manipolazione politica della religione.
Interviene sulla questione finanziaria e dà ai vescovi possibilità di decidere su questioni della famiglia. Tocca troppi equilibri di chi ha vissuto per tanto tempo in un certo modo e questo non viene ben accolto. Bergoglio dice che lo hanno scelto dalla fine del mondo, ma la sua fine del mondo è, invece, una metropoli di 13 milioni di persone. Diverse in tutto.
Conosce la modernità e non viene da villaggi esclusivamente cattolici. Vive nel cuore della globalizzazione e parla con un linguaggio immediato “a tutti gli uomini della terra”, come iniziano le sue encicliche, e non più solo ai cattolici o agli uomini di buona volontà”.
Lo hanno anche definito comunista. “Siamo sempre stati abituati a considerare la chiesa cattolica apostolica come romana – ha ripreso Gaeta -. Partiamo sempre da Roma. È vero, il papa vive nella globalizzazione, ma conosce la povertà e la segregazione dell’America latina.
In Italia, vediamo i campi nomadi come luoghi faticosi, ma in cui si trovano pochi. Dalle sue parti le favelas (villas miserias) coprono territori vastissimi, sono città nelle città. Un vescovo di Buenos Aires, come è stato lui, si interroga di più su certe condizioni di povertà.
E quando lui lancia sfide, andando oltre la prassi della chiesa, non è solo volontà di cambiamento, ma un passaggio teologico che si sta compiendo. Tutti sono orientati a cercare di tradurre le parole eterne del Vangelo in maniera più vicina all’uomo di oggi.
Per trovare risposte ai problemi, senza delegittimare la tradizione bimillenaria della chiesa. Il papa è cristiano, cattolico e vive la tradizione della chiesa. E’ tutto ciò che appartiene alla buona politica, senza essere comunista o fascista. Ritiene solo la dimensione dell’umanità fondamentale. Parla di amore, rispetto e accettazione della diversità, sempre nella sua essenza di chi comunque annuncia Cristo”.
Si è provato a capire se il papa potrà battere i “lupi”. “Bergoglio – ha spiegato Politi – si è chiesto se l’opera a cui si sta dedicando con sacrificio non sarà una luce che si spegne improvvisamente. E’ consapevole del suo consenso al di fuori del mondo cattolico, ma anche della solitudine all’interno della struttura che, per la maggior parte, non è d’accordo, con gli episcopati inerti e i movimenti cattolici che non parlano liberamente. Dicono bene di lui, senza però prendere posizione.
Siamo, forse, di fronte a un papato a termine, ma solo perché, per lui, non serve un papa incartapecorito in cui c’è qualcuno che comanda al suo posto”.
Bergoglio è piaciuto alla gente fin dal primo momento. “Lui – ha aggiunto Gaeta -, a Buenos Aires, non era un personaggio così alla mano, come siamo portati a pensare. Diventato papa, però, ha dovuto cambiare atteggiamento, aprendosi al mondo per andare al cuore delle persone, senza fare l’attore, strizzando l’occhio alla gente per farsi amare.
Agisce così perché dotato di una nuova forza di un papa che vuole dire parole significative e credibili perché basate sul Vangelo. I suoi pensieri determinano l’opinione pubblica. Diffonde piccoli semi che alla fine creeranno un quadro ben preciso del disegno che ha in mente. Se si dimetterà o no, nemmeno lui lo sa, ma è consapevole che è una decisione di responsabilità e sulla quale dovrà dare conto a tante persone”.
Infine una riflessione sul suo ruolo politico diplomatico internazionale: in Cina, a Cuba o nel conflitto russo-ucraino. “Da vescovo – ha concluso Politi – non amava la televisione, era schivo. Da papa, ha capito di dover essere un comunicatore e parlare al mondo. E che la chiesa, realtà viva, presente.
Le sue parole hanno impedito un intervento occidentale in Siria. È presente sulla scena mediorientale quando invita Israele e Palestina a pregare per pace in Vaticano. È stato mediatore tra Cuba e gli Usa, che ha fatto incontrare in territorio medio per chiudere con l’embargo.
Infine sul califfato jihadista, ha sostenuto che è un diritto fermare l’aggressore, ma anche che a farlo deve essere una comunità internazionale e non nazione per conto suo. E’ lucido sul piano internazionale e sul fatto che bisogna dialogare con la società moderna, così come è”.
Paola Pierdomenico







