Viterbo – O gli dava l’incasso del bar o lo avrebbero bruciato.
E’ la minaccia che si è sentito rivolgere il titolare di un bar finito al centro della nuova inchiesta sul traffico di cocaina a Viterbo. 16 arresti, eseguiti nel blitz di ieri all’alba. Operazione “Sbiff” l’hanno chiamata, come il termine tecnico utilizzato dagli indagati per intendere la cocaina (fotocronaca – slide – video).
Non un’associazione a delinquere, ma un gruppo unito, secondo quanto traspare dalle 140 pagine ordinanza d’arresto firmata dal gip Francesco Rigato. Tra i principali gestori dello spaccio di polvere bianca, ci sono tre fratelli di nazionalità albanese, come albanese è la maggior parte degli arrestati.
Le indagini dicono che hanno scelto proprio quel bar a Bagnaia come “base” per l’attività di spaccio. E’ qui che, secondo gli accertamenti dei carabinieri, le macchine passano, prelevano stupefacente e se ne vanno. Il titolare non riesce a opporsi: uno dei tre lo minaccia pesantemente, costringendolo con la forza dell’intimidazione a consegnargli parte dell’incasso.
Non è il solo episodio di estorsione. Un altro riguarda una ragazza, cui uno degli arrestati minaccia la famiglia e dice che brucerà tutte le auto che ha a disposizione, se non gliene presta una. Per il gip è un’estorsione solo tentata, perché la ragazza non cede.
E poi, un’altra vittima ancora cui, per un vecchio debito di poco più di mille euro, un indagato porta via tv, computer e telefono, con la minaccia di vedersi la porta di casa crivellata di colpi se non gliel’apre.
Solo in tre rispondono anche di estorsione. Per quasi tutti l’accusa è spaccio di cocaina per aver venduto ‘neve’ fuori da locali, discoteche e night club. Acquisti rapidi: microdosi di stupefacenti al seguito e droga consumata in macchina, per non dare nell’occhio. Solo in un caso i carabinieri si accorgono che gli indagati hanno comprato un quantitativo di cocaina ingente a 2500 euro, per rifornire i clienti di un intero locale.
Il gip sottolinea il tenore di vita anomalo, per molti degli arrestati, in grado di permettersi di pagare l’affitto di casa, ristoranti, locali, trasferte per prendere o consegnare lo stupefacente. Troppe spese, per chi risultava disoccupato, maniscalco, piccolo commerciante. La principale rendita arrivava dal mercato della cocaina. Un mercato “trasversale alle classi sociali”, lo ha definito il pm Massimiliano Siddi in conferenza stampa.
Dieci in carcere e sei ai domiciliari. A Mammagialla è finito un medico di origini romane, che esercita a Terni, Massimiliano Palmerini, presunto spacciatore e consumatore di droga, con precedenti penali.
Tra gli arrestati ai domiciliari, invece, Matteo Leporatti, imprenditore 37enne, rivenditore di auto, particolarmente noto negli ambienti della Viterbo bene. Per il giudice era anche fornitore di stupefacenti dei tre fratelli albanesi, accusati di una lunga serie di episodi di spaccio. Dalle intercettazioni emerge che la cocaina da lui fornita sarebbe ottima e che Leporatti godesse di particolare stima in questo, tra i suoi acquirenti. Al telefono con lui la droga viene legata alle auto, per depistare gli inquirenti. Allora diventa “una smart” o “l’assicurazione del Bmw” che gli indagati dicono di dover passare a prendere da lui in concessionaria. Ma non ci vanno, almeno secondo i controlli dei carabinieri.
Il gip fa riferimento anche ai numerosissimi precedenti di polizia di Leporatti, anche nell’ambito del commercio di autoveicoli. L’imprenditore è tuttora indagato per associazione a delinquere, nell’ambito di un’altra inchiesta. Alle spalle, ha un precedente per droga che lo ha costretto a patteggiare un anno e mezzo. Per ora, resta recluso in casa.
Stefania Moretti




