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“Innocente, ieri come oggi”

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Paolo Esposito

Paolo Esposito

L'avvocato Mario Rosati

L’avvocato Mario Rosati

I genitori di Paolo Esposito, Maria Lorenzini ed Enrico Esposito

I genitori di Paolo Esposito, Maria Lorenzini ed Enrico Esposito

L'avvocato Enrico Valentini

L’avvocato Enrico Valentini

Paolo Esposito con i suoi difensori Enrico Valentini e Mario Rosati

Processo per il “Giallo di Gradoli” – Paolo Esposito con i suoi difensori Enrico Valentini e Mario Rosati 

Viterbo – Non ha mai smesso di dichiararsi innocente. Neanche dopo aver preso l’ergastolo per l’omicidio della convivente Tatiana e della sua bambina di 13 anni Elena.

A due anni dalla sentenza definitiva, Paolo Esposito torna in aula per un fatto collaterale al “giallo di Gradoli”. Insieme alla madre Maria e al padre Enrico è imputato per minacce e resistenza a pubblico ufficiale. Precisamente alle assistenti sociali che si occupavano della figlia di Esposito e Tatiana, una bimba di appena 6 anni, all’epoca.

A giudizio, c’è anche uno dei suoi fedelissimi avvocati del “giallo di Gradoli”, Mario Rosati, che risponde anche di favoreggiamento, per un presunto tentativo di volgere in favore di Esposito la testimonianza di un fioraio. Tutti difesi dall’avvocato Enrico Valentini, altro legale di Esposito fin dalla prima ora, nel “giallo di Gradoli”.

Oggi hanno parlato loro, gli imputati. Solo Esposito e Rosati, che hanno fornito ampie spiegazioni sugli episodi contestati: “Mi sono sfogato, è vero – ha ammesso Esposito -. L’assistente sociale era venuta in carcere a notificarmi l’affidamento di mia figlia a una casa famiglia. Sempre nell’ambito dell’omicidio per cui sono stato condannato, anche se, ieri come oggi, mi proclamo innocente. All’assistente sociale dissi: ‘Prima o poi esco dal carcere e ci faccio entrare te’. O qualcosa del genere. Tipo di fargliela pagare, forse. Ma intendevo che volevo mandarla in galera”. 

Rosati aggiunge che il ‘dissidio’ con una delle assistenti sociali nasceva da un’errata interpretazione delle accuse a Esposito. “Diceva che era indagato per pedofilia, intendendo che il reato era nei confronti di sua figlia, ma non era così – ha spiegato Rosati -. Il tribunale dei minori non impediva la possibilità di incontri tra padre e figlia, ma non venivano svolti per questa convinzione sbagliata. Esposito era indagato per detenzione di materiale pedopornografico per due immagini trovate sul suo computer”. Sul fioraio, l’avvocato Rosati spiega che era stato lui a cercarlo, dopo aver ricevuto una nuova convocazione in caserma dai carabinieri.

“Era preoccupato – ha continuato Rosati -. Voleva sapere cosa volevano i carabinieri da lui e cosa doveva dirgli”. Per la difesa di Esposito, il fioraio non rivestiva un ruolo qualunque, nel “giallo di Gradoli”: diceva di aver incontrato Esposito un tardo pomeriggio di un prefestivo, ma non ricordava in che giorno. Poteva essere il 5 giugno come il 30 maggio. Ma faceva tutta la differenza del mondo. Perché se fosse stato il 30 maggio, il tardo pomeriggio poteva assorbire anche l’orario compatibile con quello in cui Elena e Tatiana venivano uccise. Significava scagionarlo. O quantomeno fornirgli un alibi. Tant’è che Rosati glielo spiega: “Se dici di averlo visto il 30 maggio è una cosa, se dici di averlo visto un altro giorno, è un’altra”. Ma niente di più, secondo l’avvocato.

Nonostante la condanna all’ergastolo in tutti e tre i gradi di giudizio, Rosati è ancora fermamente convinto dell’innocenza di Esposito, propendendo per la tesi che Tatiana, da Viterbo, sia tornata a Gradoli in macchina a prendere la figlia e siano andate via insieme. Magari non avendo necessariamente programmato di andarsene per sempre, sparire o allontanarsi da Gradoli. “Magari qualcuno diverso da Paolo Esposito può aver fatto loro del male”, dice Rosati fuori dall’aula.

Dopo di lui, ha parlato la compagna. L’ultima testimone. A febbraio, la sentenza.


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