Tuscania – “La moto la guidava l’imputato”.
Sulla dinamica dell’incidente mortale a Tuscania, la notte del 2 settembre 2013, l’ingegner Lucio Pinchera ha pochi dubbi.
Di omicidio colposo risponde C.L., 40enne ternano, accusato di aver lasciato morire l’amico Danilo Baratta dopo essere usciti fuori strada con la moto. Tornavano da Capalbio. Alle 2 di notte lo schianto, all’incrocio tra le strade Tarquiniese e Dogana.
C.L., sanguinante e sconvolto, viene caricato in macchina da un passante che lo porta in ospedale. Sull’amico, che giace a terra, nascosto tra le sterpaglie su una strada bianca, non una parola. Il corpo viene trovato dai carabinieri, che solo in un secondo momento risalgono al 40enne e lo interrogano in ospedale. L’iscrizione nel registro degli indagati per omicidio colposo scatta quando si accorgono che le scarpe di C.L. sono compatibili con le impronte lasciate accanto al corpo di Baratta, che muore per il colpo alla testa durante la caduta. Baratta, 41enne artigiano, lascia la moglie e un bimbo di 4 anni, già risarciti tramite il loro avvocato Paolo Lupidi.
Ieri, nuova udienza davanti al giudice Silvia Mattei per sentire tre testimoni dell’accusa. Dal medico legale Maria Rosaria Aromatario, che eseguì l’autopsia sul corpo di Baratta, a una barista che aveva notato i due amici, fermatisi al bar sulla strada del ritorno. Per ultimo parla l’ingegner Pinchera, consulente dell’accusa sulla dinamica dell’incidente. Che risponde sicuro alle domande dell’avvocato Manlio Morcella. Per l’ingegnere, in base agli accertamenti e soprattutto alle ferite riportate da C.L. e Baratta, è impensabile che alla guida ci fosse la vittima, come sostiene la difesa.
Il pm Fabrizio Tucci accusa l’imputato anche di aver guidato sotto l’effetto di stupefacenti. C.L. rischia dai tre ai dieci anni.
Il processo continua a ottobre.
– Lasciato cadavere dopo schianto in moto, amico a processo
