Tivoli – (s.m.) – Nessuna sentenza. Almeno non ieri.
Dopo quattro ore di discussione in aula, il gip di Tivoli Cisterna ha messo un freno al processo ai quattro militanti di CasaPound, arrestati a novembre per il raid allo stadio di Magliano Romano.
Prima di decidere, il giudice vuole ascoltare tre testimoni. Investigatori che hanno indagato fin dalla prima ora su quella che, per gli inquirenti, è stata una vera e propria spedizione punitiva il 16 novembre scorso, durante la partita di campionato di terza categoria tra Magliano Romano e Ardita San Paolo. Un match ad alta tensione per l’opposta fede politica delle tifoserie.
E infatti, di colpo, a metà primo tempo, arrivano “gli incappucciati”: una ventina di persone, a volto coperto, irrompe sugli spalti, nel settore della tifoseria dell’Ardita. Pestano gli ultrà con spranghe di ferro e tubi in pvc. Il bilancio è di quattro feriti.
I nove viterbesi sono gli unici fermati per il raid. Vengono bloccati dai carabinieri di Civita Castellana. Per tutti scatta l’arresto, che tre giorni dopo diventa carcere per Diego Gaglini, Ervin Di Maulo ed Edoardo Fanti, domiciliari per Jacopo Magnani e remissione in libertà per gli altri (Federico Miralli, Alessio Reinkardt, Roberto Spolverini, Leonardo Ercolani e Giovanni Lupidi).
Sono tutti di estrema destra, dai 18 ai 32 ani. Qualcuno è incensurato, qualcun altro vecchia conoscenza delle forze dell’ordine. Gaglini era stato il candidato sindaco di CasaPound Viterbo alle elezioni amministrative 2013; Di Maulo, 33enne, è un altro militante di vecchia data. E’ per loro, oltre che per il 25enne di Soriano nel Cimino Edoardo Fanti e il 27enne viterbese Jacopo Magnani, che il pm Gabriele Iuzzolino ha chiesto il giudizio immediato per lesioni gravi. Vale a dire: processo subito, senza udienza preliminare.
Di Maulo, Gaglini, Magnani e Fanti non sono mai usciti dagli arresti domiciliari.
Per Di Maulo, in virtù dei precedenti penali e della recidiva, il pm ha chiesto cinque anni e mezzo. Tre anni e mezzo per Magnani, Gaglini e Fanti.
“Una richiesta di pena spropositata – afferma l’avvocato Remigio Sicilia -. Calcolata praticamente come se non fossimo in rito abbreviato, cioè senza tenere conto che gli imputati hanno diritto allo sconto di un terzo”.
Il pm Gabriele Iuzzolino, titolare del fascicolo, ha ricordato come il raid sia stato organizzato nei minimi dettagli: con una premeditazione che, secondo gli inquirenti, è consistita in preordinazione di decine di uomini, mezzi (quindici autovetture) e modalità di esecuzione. Altre aggravanti, oltre a quella di aver agito in gruppo e a volto coperto, era quella dei motivi futili e abbietti: le lesioni, secondo l’accusa, sono state inferte semplicemente per riaffermare la supremazia del proprio gruppo sull’altro.
Le difese, invece, hanno messo in luce quelle che, a detta loro, sono state vere e proprie lacune delle indagini: dalla richiesta dei tabulati telefonici a quella del dna sui bastoni. Tutto materiale non depositato perché evidentemente non produttivo ai fini dell’accusa. Gli avvocati hanno contestato anche le modalità con le quali si è risaliti ai nove viterbesi: per i legali, non bastano i testimoni oculari, né la ricostruzione a posteriori dei carabinieri.
Parti civili l’Ardita San Paolo e i quattro tifosi in condizioni più serie. Hanno avuto prognosi dai dieci agli oltre quaranta giorni. In due sono tornati a casa con le braccia spezzate: sugli atti di indagine si parla di frattura scomposta diafisi ulna destra e frattura scomposta terzo medio ulna destra, trattate con placche e viti. Gli altri due hanno lasciato lo stadio con un trauma cranico e lesioni varie.
Tutti e nove sono indagati per lesioni gravi e porto di armi e oggetti atti a offendere. Solo Di Maulo risponde anche della violazione del Daspo che, dalla primavera del 2014, lo costringeva a stare lontano dai campi di calcio.
Il processo di ieri ai quattro, comunque, era solo per le lesioni gravi ai tifosi dell’Ardita. Per tutto il resto (la posizione degli altri cinque, indagati anche loro per lesioni, oltre che per aver portato armi nello stadio insieme agli altri) si attende la chiusura delle indagini, l’eventuale rinvio a giudizio, l’eventuale udienza preliminare e solo allora, un secondo processo.
Intanto a fine mese si torna in aula per ascoltare i tre testimoni e, forse, per la sentenza.


