Viterbo – (g.f.) – Il referendum consultivo costa troppo.
E’ previsto dallo statuto comunale, ma finora è stata una possibilità solo sulla carta per i viterbesi, dal momento che manca il regolamento.
Senza il quale, i cittadini possono pensare quello che vogliono, per quello che vale…
Il nodo è venuto al pettine quando il comitato Non ce la beviamo ha deciso d’indire il referendum per la gestione pubblica dell’acqua.
Chiara Frontini (Viterbo 2020) ha chiesto l’istituzione del regolamento che ieri è arrivato in prima commissione.
Trenta articoli, per i quali il dibattito non è nemmeno cominciato. Alcuni consiglieri hanno manifestato perplessità.
Intanto sulla partecipazione.
“Da statuto – ricorda Frontini – può esprimersi anche chi ha compiuto sedici anni e i non residenti, ma che lavorano o studiano a Viterbo”.
Poi c’è l’aspetto e economico. “Funziona come un normale referendum, con relativi costi e a quanto pare l’amministrazione non se lo può permettere”.
Quindi il dibattito si è subito arenato. “Ma una soluzione va trovata – osserva Frontini – perché è un diritto dei cittadini.
Non servirebbe ricorrere al referendum consultivo se ci trovassimo di fronte a un consiglio comunale serio, che di fronte a una petizione, senza costi per il comune, con cinquemila firme raccolte, il consiglio stesso prendesse in considerazione quello che i viterbesi chiedono”.
Non essendo la petizione vincolante, i consiglieri possono anche ignorare la richiesta. Diversamente dal referendum consultivo.
“Capisco i costi – conclude Frontini – ma una sintesi va trovata. Il regolamento serve, occorre trovare una soluzione, sennò ce lo devono far fare”.
