Viterbo – Condannato a un anno. Un anno di reclusione per quell’approccio tentato in camera di lei, dopo un veglione di Carnevale a base di alcol e divertimento.
Termina così il processo di primo grado al trentenne imputato per violenza sessuale su una coetanea. La sentenza nel pomeriggio. La stretta di mano al pm, l’abbraccio al padre e lacrime di lei fuori dall’aula, per sfogare la tensione dopo più di due anni di attesa.
Vittima e imputato si incontrano la notte del 10 febbraio 2013. Lui è il fratello di un collega di lei. Vanno insieme alla festa in maschera a Ronciglione. Bevono entrambi, come tutta la comitiva. Da lì in poi, le loro versioni discordano.
Lei smentisce ogni contatto con il giovane durante il veglione. Ma, tra i ricordi annebbiati dall’alcol, la mattina dopo, rivede perfettamente l’immagine di lui che cerca di toccarla dopo averla accompagnata fin dentro casa, mentre lei lo respinge.
Il racconto di lui è al contrario. Il suo avvocato, Marco Russo, raccoglie testimonianze di gente che ricorda di averli visti scambiarsi effusioni alla festa. Più che effusioni: avances esplicite e reciproche, dopo le quali più nulla. Solo il ritorno a casa; lui e il fratello la riaccompagnano e se ne vanno. E tanto ritiene infamanti le accuse lanciategli dalla ragazza, che il trentenne arriva a denunciarla per calunnia.
Il processo si svolge con rito abbreviato davanti al gup Salvatore Fanti. Il pm Renzo Petroselli chiede la condanna a un anno e otto mesi. Una pena bassa, trattandosi di violenza sessuale. Ma il magistrato è equilibrato e chiaro: “Il fatto è di lieve entità, parametrato al gesto di lui. Ma le conseguenze prodotte sulla vittima non possono essere ignorate”.
Lo ricorda l’avvocato di parte civile, Francesco Massatani: dopo la denuncia in questura e le indagini della squadra mobile, la giovane donna ha fatto sei mesi di trattamenti anti-epatite e anti-hiv. Farmaci pesanti e terapia psicologica. E poi, le lesioni attestate da visite mediche. Lesioni che, nell’ottica della difesa, potevano essere pregresse o compatibili con i contatti avuti prima, durante la festa. Una tesi impossibile per l’avvocato di lei, che ha fatto notare come le ferite non fossero solo superficiali, ma anche profonde.
La sentenza arriva alle 16,15, dopo mezz’ora di camera di consiglio. Mezz’ora passata dai padri di lui e di lei ad aspettare fuori dall’aula, l’uno davanti all’altro, senza dire una parola. Un anno con la condizionale al trentenne, ma anche 10mila euro alla vittima, più l’ulteriore risarcimento da stabilire al processo civile.


