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Il capitano Ultimo non indagherà più

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Il colonnello Sergio De Caprio, meglio noto come "capitano Ultimo"

Il colonnello Sergio De Caprio, meglio noto come “capitano Ultimo”

Roma – Esautorato il capitano Ultimo.

Il colonnello Sergio De Caprio, conosciuto per la cattura del sanguinario boss della mafia Totò Riina, non farà più indagini di polizia giudiziaria.

Una notizia che arriva come un fulmine a ciel sereno, dopo la lapidaria comunicazione del generale Tullio Del Sette. Il numero uno dell’Arma – di origini viterbesi e cittadino onorario graffignanese – ha fatto sapere a Ultimo che da metà agosto non avrà più compiti operativi. I motivi non sarebbero stati specificati. Manterrà il suo incarico di vicecomandante del Noe ma, di fatto, è come se stesse in panchina.

Il nome di Ultimo è nella regia di alcune tra le più pesanti e complesse inchieste degli ultimi anni per reati ambientali, ma anche e soprattutto tangenti e corruzione. Una storia professionale che somiglia a una favola: l’avventura del Crimor – Unità militare combattente a Palermo, parte con i più sottovalutati dell’Arma, carabinieri relegati a reparti di secondo piano che, sul campo, diventano schegge. Un reparto speciale nel reparto speciale del Ros che nel ’93 arresta il capomafia delle stragi Totò Riina. E’ Ultimo a mettergli le manette.

Ma il colonnello De Caprio non è solo l’uomo che ha fermato Riina. Ultimo coordina le indagini su Finmeccanica per corruzione internazionale insieme all’attuale comandante dei carabinieri di Tuscania Pietro Rajola Pescarini, suo braccio destro al Noe.

Insieme, hanno indagato sul patron di Malagrotta Manlio Cerroni; perquisito la casa di Massimo Ciancimino, per le indagini su una discarica romena del valore di più di cento milioni di euro.

Lavorano fianco a fianco anche quando Rajola arriva a Viterbo, nell’inchiesta “Vento di maestrale”, a quattro mani con la polstrada: nove persone ai domiciliari per la doppia frode milionaria tra Casale Bussi e Viterbo Ambiente. Casi diversi, ma stessa accusa: lavori e servizi pagati a prezzo pieno, ma di scarsa qualità, con l’attitudine al massimo sforzo e al minimo risparmio. Oggi sono tutti tornati in libertà grazie al tribunale del Riesame, che ha annullato l’ordinanza copia-incolla del gip di Viterbo.

La macchia dell’errore giudiziario sulla pelle di Daniele Barillà: sette anni in carcere – fu ammanettato da Ultimo in persona – scambiato per un trafficante di droga, per la sua Fiat Tipo amaranto identica a quella del vero trafficante ricercato.

Ma anche tanti bocconi amari da ingoiare. Come il trasferimento a Roma mentre cercava l’altra primula rossa della mafia, Bernardo Provenzano. La scorta revocatagli nel 2009 e riassegnatagli nel 2010. L’odiosa accusa di favoreggiamento aggravato a Cosa Nostra, finita con l’assoluzione. E adesso quella lettera dal sapore di destituzione. Il contrario di un riconoscimento al lavoro svolto. 

Il colonnello obbedisce, ma risponde con un’altra lettera indirizzata ai suoi uomini. “Da Ultimo vi saluto nella certezza che senza mai abbassare la testa, senza mai abbassare lo sguardo e senza mai chiedere nulla per voi stessi, continuerete la lotta contro quella stessa criminalità, le lobby e i poteri forti che la sostengono e contro quei servi sciocchi che, abusando delle attribuzioni che gli sono state conferite, prevaricano e calpestano le persone che avrebbero il dovere di aiutare e sostenere”.

Stefania Moretti


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