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La fuga dei cervelli è un’ipoteca sul futuro

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Riccardo Valentini

Riccardo Valentini 

Viterbo – La fuga delle giovani generazioni non è solo un dramma per le vite dei singoli ma è una ipoteca sul futuro di intere comunità e popoli privati del loro dna, della memoria genetica e sociale fondamentale per ricostruire le società.

Anche in Italia, dove il tasso di disoccupazione giovanile ha abbondantemente superato il 40%, collocandosi ben oltre il 50 nella Tuscia. Ragazze e ragazzi che fuggono e investono le loro energie altrove.

Una scelta che, spesso, non lascia più spazio a legami con la propria terra, ma è mossa dalla decisione di restare in un altro posto purché non sia quello dove si è nati e cresciuti, impoverendo in tal modo i territori. E a fare questa scelta, non sono solo laureati e “cervelli in fuga”, ma anche lavoratori con il solo diploma o la sola licenza media: la risposta a un paese ingessato, dove – a volte si ha proprio questa impressione – il sistema di clientele appare sempre più come l’unica forma di mobilità sociale.

Alla faccia del merito e di una repubblica democratica che dovrebbe garantire a tutti le stesse possibilità, indipendentemente dalle condizioni economiche e sociali di partenza.

Come in Nepal, in Libia e in Tunisia – solo per citarne alcuni – anche in Italia e nella Tuscia molti giovani se ne vanno e sui nostri territori, nel giro di pochi anni – così come evidenzia il dossier di Think Tuscia – rischiamo di non avere più un ricambio generazionale in grado di raccogliere il testimone dal passato e proseguire l’opera di rilancio e sviluppo nel presente e in vista del futuro.

Molti se ne vanno all’estero e, come già detto, molti di loro non hanno una laurea, spinti dal rifiuto e dalla disillusione nei confronti del proprio paese dove tutto, soprattutto la dignità del lavoro, è stato messo in discussione.

E molti giovani scelgono di ripartire daccapo piuttosto che accettare quella che è diventata ormai una vera e propria schiavitù. Tantissimi altri scelgono invece di trasferirsi nelle aree metropolitane, a partire dalla capitale, tornando a casa la sera, solo per dormire, oppure cercando una sistemazione qualsiasi. Per fare cosa?

Spesso i “precari”, senza alcuna garanzia, se non quella – come per i giovani che vanno all’estero – di ricominciare senza alcuna voglia e volontà di far ritorno. Se non la notte, col treno o con l’autobus, finché i pochi soldi raccolti con sacrificio non permettono l’affitto di una stanza a 600-700 euro al mese.

Una generazione che, rispetto alla nostra, ha vissuto – per la prima volta dal dopoguerra – un enorme passo indietro. E non è loro responsabilità, ma nostra. La responsabilità di chi, nelle sezioni di partito e nei movimenti di un tempo, si è spesso sentito dire che “occorreva essere responsabili anche quando si credeva di non esserlo”.

Un valore al quale la mia generazione è venuta meno. E i risultati sono sotto gli occhi di tutti: stragi in mare, migrazioni interne e verso l’esterno, disoccupazione ai limiti della sopportazione per la tenuta sociale e un patto generazionale che si è spezzato ed è andato in frantumi con conseguenze che ancora non abbiamo visto manifestarsi fino in fondo. Vittime, innanzitutto i giovani, il nostro futuro.

“La storia siamo noi, siamo noi padri e figli. Siamo noi ‘Bella Ciao’ che partiamo”.

“Siamo noi queste onde nel mare, questo rumore che rompe il silenzio, questo silenzio così duro da raccontare”. Siamo noi che dobbiamo far ripartire la storia, che non è solo passato, ma insegnamento per il futuro. Noi, assieme ai nostri figli, i nostri giovani. Per una nuova “resistenza”, una nuova speranza. Affinché “il prezzo che costringe a partire sia sempre più vicino all’amore per tornare”.

Riccardo Valentini
Capogruppo Pd Consiglio regionale del Lazio


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