Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – Ecco qua. Il giro di giostra è completo. Un paio di premesse sono necessarie. Ora e subito. Non sono un simpatizzante, un militante, un esponente della Lega Nord. Non sono “salviniano”.
Appartengo ad altra realtà e concezione politica ben definita. Eppure, ieri mattina, mi è andato il caffè di traverso mentre mi apprestavo, bel bello, a fare rassegna stampa, come tutte le mattine, per lavoro. Scorro i titoli e che trovo: “Parla Mazzola: Matteo Salvini a Palazzo Gentili non ce lo voglio” (Tusciaweb).
Sia chiaro. In queste righe, non si tratteranno – giammai! – paragoneranno o confronteranno, questioni ideologiche, filosofiche. Non si sancirà chi ha ragione e chi ha torto alle urne.
In ogni caso, anche il reggente al trono, il sovrintendente di Gondor, per chi conosce la trilogia Tolkeniana, si è espresso. A quanto pare, non bastava la volontà “del tutto pacifica” di accogliere Matteo Salvini a uova e frutta esotica – azione che, se condotta dalla “parte contraria” sarebbe stata ingiustificabile, violenta, fascista, nazista, figlia di trogloditi -. Serviva la specifica “istituzionale”, ovviamente.
Le “belle menti” del progressismo nostrano, figlie istituzionali dell’interruzione democratica perpetrata per mano di Messer LoRenzi, si sentono in grado di trasmettere i sani principi basilari della modernità, fondati sull’ accoglienza, sulla reciprocità, sullo stile scravattato, sull’accettazione e sull’esempio che considera ogni steccato un ammennicolo vintage e fascista.
Loro? Torno a ribadire. Non sono leghista, non sono “salviniano”. Non è necessario avere la tesserina specifica per potersi indignare. Eppure, signori, l’ipocrisia ipocondriaca, ‘nnaggia la pupazza, proprio non riesco a deglutirla.
Vede, illustre presidente della Provincia di Viterbo, per quanto io non sia leghista, repetita…, non stiamo parlando di ospitare un ex alto dirigente della Feldgendarmerie nazista, al che, un minimo di tentennamento sarebbe stato ben comprensibile, bensì di un esponente politico nazionale, sicuramente in lizza per la carica di presidente del consiglio dei ministri, per quanto distante e diverso da lei.
“Non condivido le sue idee. Salvini non lo saluto nemmeno. Non mi piacciono le sue idee. Usa una dialettica tutt’altro che democratica e io non la condivido”. Evitando, per grazia divina, di specificare chi sia più campione di retorica populista e di cosa o meno sia democratico sotto il regno di Messer LoRenzi, soprattutto dopo la riforma che “rivoluziona” le province, non più aperte al consenso popolare, mi domando: questa è l’unica opposizione, l’unica capacità di confronto che si riesce a mettere in piedi? Questa l’eleganza della politica – che ci rappresenta – che va oltre la veduta ideale, nel 2015, proprio mentre “qualcuno” intravede le porte dell’epoca post-ideologica? In arrivo “picchi di gradimento”.
Pensava davvero che nessuno s’indignasse per queste sfarzose uscite? Fintanto che “pubbliche” entrano nel dominio comune. E prima che risponda a questa mia velocissima missiva, specificando di titolare a carattere cubitale ipergrassettato “ma chi è questo caspita di Ricucci”, le ricordo che non è importante chi io sia, ciò che faccia della mia esistenza, cosa io cucini il martedì sera, seppur garantisco che ciò che svolgo professionalmente come operatore politico e della comunicazione stampa nazionale, sia pubblico; fintanto che vi è pubblicità di una dichiarazione, la contro generazione di un’opinione, sempre che non sia “eccessiva” , è assolutamente sana e normale abitudine, soprattutto nel 2015.
Nella speranza non si riesca, alla fine, a strumentalizzare un giorno, come il 3 settembre, così tradizionale, sacro e collettivo per Viterbo ed i viterbesi, coprendone l’immagine.
Evviva l’istituzionalità, evviva la rappresentanza. Evviva l’ItaGlia, evviva il Re ma soprattutto, evviva l’esempio che si fonda sulla signorilità delle azioni e delle visioni.
De gustibus, ma non si esageri.
Le auguro buon lavoro.
Emanuele Ricucci
